Wednesday, April 20, 2016

Alcina 48




Una robusta imbarcazione di legno, che avevo disegnato per me stesso.
di George Buehler

Penso che la Alcina 48 piedi sia una barca ideale per due persone che viaggino e vivano a bordo per lungo tempo, con tantissimo spazio per soggiornare e immagazzinare vettovaglie, attrezzature e tutto il necessario.
Il progetto originale misurava 42 piedi (m 12,72), ma non ne ero veramente mai stato soddisfatto, perché avrei voluto un po’ più di larghezza per “sgomitare” sottocoperta.
Quei 42 piedi però erano sufficienti, e le dimensioni della barca erano tali che il mio meraviglioso motore diesel Lister STW da 36 hp, 400 kilogrammi, con controllo della compressione e possibilità di avviamento manuale, un grande volano e una trasmissione robustissima Lister con rapporto di riduzione di 3 a 1, la avrebbe propulsa senza problemi, fatta eccezione naturalmente controvento in una bufera, cosa che comunque non ero incline a tentare.


Però, quando un signore in Canada aveva deciso di costruire una Alcina gli avevo suggerito di allungarla fino a 48 piedi (m 14,5), perché quei pochi piedi vogliono dire una grande differenza sottocoperta, senza per altro aggiungere granché al costo dei materiali.

L’unico problema, in quella versione, sarebbe stato il mio motore Lister: non credo che avrebbe la fibra necessaria per un’imbarcazione di quella stazza, anche se, siccome la maggior parte delle volte si va a motore col vento in favore, in condizioni normali anche il lister ce la farebbe.
Il progetto comunque specifica un motore dagli 80 ai 110 hp (da kW 59,6 a kW 82), che la spingerebbe bene in tutte le condizioni e sarebbe anche adeguato girando al minimo nelle traversate col vento al traverso.



Alcina in una bellissima versione a giunca 































Alcina è un ottimo esempio di ciò che io definisco (nel caso non me l’abbiate ancora sentito dire!) una imbarcazione (un motoveliero direi) da crociera a lungo raggio PRATICA e REALISTICA; e come tutti i veicoli e gli utensili costruiti per un uso specifico è stata progettata con in mente ciò che è necessario per portare a termine il lavoro.


Anche se di questi tempi di barche con poppa a ruota non se ne vedono molte, ho sempre amato quella forma in particolare e Alcina ha una poppa a ruota. Secondo la tradizione, la poppa a ruota è considerata quella con le migliori caratteristiche nautiche; ma probabilmente ciò è un retaggio dei tempi in cui le barche venivano lanciate dalla spiaggia e dovevano essere manovrate all’indietro nei frangenti.
D’altra parte la poppa a specchio, quando il “transom” è effettivamente fuori dall’acqua, e la poppa della barca è “piena”, pare che tenga il mare altrettanto bene; ed è anche vero che un transom offra più spazio all’interno in rapporto alla lunghezza dell’imbarcazione. Detto questo,una poppa a transom manca di quel “non so che”.


Vi risparmio le formule, le proporzioni e il gergo ingegneristico più che posso, perché penso che gli aggettivi descrittivi molto spesso si prestino meglio, quando di parla di un argomento MOLTO IMPRECISO come il design delle barche; a meno che uno non sia allo stesso tempo un laureato del MIT e un poeta.


Per quanto riguarda Alcina non c’è niente di “estremo” o esasperato: è un esempio di moderazione. Il baglio massimo è largo ma non troppo. La barca è abbastanza profonda da avere un volume che gli dia un dislocamento sufficiente per sostenere una travatura dello scafo pesante e portare un carico utile effettivamente utile; e allo stesso tempo non è così pesante da aver bisogno di tanta potenza per fendere l’acqua. Alcina dispone anche di abbastanza bordo libero da garantire una coperta asciutta, e da dare al marinaio una piacevole sensazione di sicurezza e l’impressione di essere a bordo di una piccola nave.


Questa è una versione che avevo disegnato nel 2004, con una plancia di ridotte dimensioni e una timoniera più tradizionale. Questa configurazione mi piace, ma ci vuole una plancia sopraelevata tipo “flybridge,” naturalmente!

Le linee dell'opera viva, lo scafo sommerso, sono pulite e nette senza bugne né protuberanze; e le linee sopra la linea di galleggiamento sono fluenti e dolci. Lo scafo che ne risulta non solo scivola con facilità nell’acqua, ma è anche facile da costruire perché i materiali si avvolgono su di esso senza forzature.


L’elica e il timone sono completamente protetti dalla chiglia. Anche se Alcina avrebbe benissimo potuto avere un normale timone interno, gliene ho dato uno grande ed esterno. Mi piacciono i timoni esterni, perché sono così semplici e perché non richiedono un’altra perforazione dello scafo. Inoltre credo che la loro ampiezza incrementi anche la lunghezza al galleggiamento, e quindi aiuti la barca a navigare meglio. (A riguardo, quasi nessuno è d’accordo con me; ma non c’è dubbio che il timone esterno aggiunga effettivamente due piedi e anche più al “buco” che lo scafo fa nell’acqua; e ci dev’essere d’altronde qualcos’altro, a parte il buon Dio, che permette al mio Diesel Duck da 38 piedi di navigare in crociera a 8 nodi, consumando meno di un gallone americano (3,8 litri) di combustibile all’ora. Almeno così giura il proprietario).


Il timone grande, a forma di “porta di fienile”, conferisce manovrabilità alla barca anche quando si muove appena. E in questo scafo non c’è niente di radicalmente innovativo. Si basa esclusivamente su principi elaborati e compresi a fondo sin dalla fine del secolo scorso, adattati a barche a motore di bassa potenza e perfezionati prima del 1930.


L’aspetto di questa imbarcazione mi piace, ma ciò non si basa solo sulle apparenze. L’interno è diviso in tre aree: la cabina del proprietario a poppa, una timoniera chiusa con il compartimento del motore al di sotto, nel mezzo dello scafo e una cabina di soggiorno verso prua.
I suddetti spazi sono volumi distinti e la loro funzione in parte determina l’aspetto del profilo. Secondo me questa configurazione ha tanto senso nelle barche da traversata (cruisers, se così volete chiamarle) di tutte le dimensioni; il che è la ragione per cui la sto usando anche nei disegni preliminari della barca da 102 piedi (m 30,7) alla quale sto lavorando mentre scrivevo questo articolo.






















Potrei anche sembrarvi privo d’immaginazione, ma se osservate le barche a vela noterete che la maggior parte di esse ha una tuga lunga, e che le barche  a motore hanno tutte in comune almeno una fra le poche configurazioni di base. L’arte sta nel disegno del cavallino, cioè la curva o la concavità al centro dello scafo, e nel modo in cui le varie parti vengono disposte, assiemate e proporzionate l’una rispetto all’altra.


Il terzo posteriore dello scafo è rialzato e “flush”, cioè privo di sovrastrutture, e con il ponte che fa da copertura della cabina sottostante. Ciò crea un ambiente molto spazioso sotto-coperta, e allo stesso tempo un’area ampia su cui sdraiarsi sul ponte.

Date un’occhiata a quella cabina! È lunga 14 piedi (m 4,2)  e c’è spazio per un letto matrimoniale da 5’ x 7’ (m 1,5 x m 2); inoltre ci sono  scaffali per i libri, armadietti per i vestiti e una scrivania.
Questa è l’area privata del proprietario, ed è in effetti una stanza da letto matrimoniale da porticciolo, piuttosto che la cabina dell’armatore di uno yacht.
In coperta, sopra, c’è posto per un canotto relativamente grande, una paio di biciclette o motociclette, sedie a sdraio, eccetera.
Lo spazio per il canotto è molto importante in un’imbarcazione da crociera; eppure la maggior parte delle barche di nuovo disegno non lo tengono in grande considerazione. Si potrebbe anche usare una tuga di dimensioni normali, invece del cavallino pronunciato, ma si perderebbero la sensazione di spaziosità  all’interno e lo spazio vasto “da lavoro” a poppa; e non ci sarebbe il posto per il canotto.


Notate l’albero. Anche se la sua funzione principale è quella di portare una vela con la funzione di smorzare il rollio, o come stabilizzatore all’ancoraggio o alla cappa, quando si naviga col vento al traverso le piccole vele possono anche offrire un poco d’aiuto al motore, aumentando in modo anche considerevole il raggio d’azione.
Senza contare che costituiscono anche un sistema di propulsione d’emergenza a bassissima manutenzione, poco costoso e sul quale si può contare al 100%. A dirla in breve, non vi ritroverete mai alla deriva. Magari non sarete proprio in grado di mettere la prua nella direzione voluta, ma a terra ci arriverete sempre.
L’albero e il boma inoltre servono anche a issare a bordo il canotto e la motocicletta.



Un'altra possibile velatura a giunca che è molto bella e sarebbe molto utile con il vento al traverso.


L’area a mezza nave dispone di una timoniera molto confortevole, alta abbastanza  da offrire ottima visibilità e lasciare spazio in altezza al vano motore sottostante. La timoniera è corta, se paragonata agli standard di norma oggidí per le barche a motore; ma ricordate che stiamo trattando di un’imbarcazione progettata per crociere a lungo raggio. Occorre una timoniera che sia in primo luogo una timoniera, non anche una cambusa né la cabina di soggiorno principale.
Se volete essere in grado di vedere fuori, quando state pilotando di notte, dentro la timoniera deve essere buio. Se la timoniera è anche la cucina o il salon, dovrete rinunciare a navigare la notte o dovrete rassegnarvi a cucinare e stare seduti e rilassarvi al buio.


Quindi la  timoniera, se svolge solo quella funzione, non deve necessariamente essere molto grande. In termini di praticità, le considerazioni principali dovrebbero essere quelle di avere una postazione confortevole dalla quale pilotare, e una sala macchine grande abbastanza da consentirvi un'agevole manutenzione.


Il vano del motore è posto normalmente al di sotto della timoniera.
I dieci piedi (m 3) sotto la timoniera della Alcina sono molto spaziosi e ospitano una sala macchine meravigliosa con tantissimo spazio per accedere al motore.


Da un punto di vista della navigazione a vela,  quelle grandi finestrature nella timoniera potrebbero anche sembrarvi pericolose. Suppongo che potrebbero anche esserlo; ma, se proprio intendete navigare con brutto tempo, la cosa potrebbe essere risolta installando delle “persiane” adatte.
Una timoniera d’acciaio, saldata a un ponte di acciaio, non si smuove neanche con la barca capovolta; ma se dovessi costruire una di queste barche in legno mi preoccuperei di rendere il pavimento della timoniera completamente stagno, magari con qualche ombrinale per lo scolo dell’acqua.
Le entrate delle cabine di prua e poppa potrebbero essere chiuse da pannelli d’accesso scorrevoli, come sulle barche a vela; e nelle peggiore delle ipotesi, nel caso la timoniera si schiacciasse, la barca non affonderebbe. Un po’ di paranoia nella vita non fa mai male!






Ho visto personalmente un paio di “trawlers”, pescherecci, ritornare con le finestre anteriori schiantate;  e il mio amico Bill le ha perdute completamente sulla sua barca da pesca ai granchi (da m 30) nel Mare di Bering. Ma come la maggior parte degli incidenti in mare, queste sono cose evitabili, se solo uno si mettesse alla cappa invece di andare caparbiamente avanti col brutto tempo.


La cabina anteriore ospita la cambusa, il salon- sala da pranzo, e il bagno. La cucina è grande abbastanza da permettervi di cucinare con facilità e in comodità dei pasti veri. La tavola da pranzo si abbassa e si converte in un’altra cuccetta per gli amici. Notate il grande bagno con la doccia separata.
Questa cabina potrebbe anch’essa essere rialzata e a livello della coperta, come  a poppa; ma in quest’area preferisco una tuga normale. Le porzioni laterali del ponte tolgono spazio all’interno; ma un corrimano su ogni lato della tuga rende i movimenti verso prua più agevoli.


Lo spazio interno è architettato con in mente esclusivamente il comfort dei proprietari; perché possano trascorrere molto tempo a bordo, ma possano anche di tanto in tanto ospitare due altre persone. Naturalmente l’interno si può cambiare a seconda delle vostre esigenze: anche quello è un vantaggio del costruirsi la propria barca. Ma questo interno in particolare sarebbe molto comodo; e non riuscirei proprio a ideare un’architettura migliore per le lunghe crociere.


La struttura della Alcina è molto semplice e robusta.
Infatti questa barca è molto più robusta della maggior parte dei yacht delle stesse dimensioni, e progettati per lo stesso impiego.
Lo scafo è di costruzione “composita” in legno. Consta di ordinate robuste distanziate di 24 pollici (cm 60,9); dopodiché lo scafo è tavolato in legno da 3/4 di pollice x 3 pollici (mm 90 x cm 7,62), e rivestito di tre strati di compensato marino da 3/8 pollici (mm 95).
Lo scafo risulta essere di 1 e 7/8 di pollice (cm 4,74) ed è infine ricoperto con tessuto di fibra di vetro e rivestito di resina epossidica. Anche se questo tipo di costruzione non ha la stessa resistenza all’abrasione dell’acciaio, se la barca finisce su una barriera corallina di notte è sempre molto resistente e comunque molto facile da riparare, e manutenere. Stiamo comunque anche lavorando ai piani per la costruzione in acciaio, basati sull’uso di lamiera da 1/4 (mm 63) di pollice.


E per finire, adoro le plance a “flybridge”. Dominare il mondo da lassù dà  veramente a un uomo la sensazione di essere il “comandante” di una nave. Uno può veramente far finta di essere sulla torre di comando della Bismark o di qualche altra potente corazzata.
Un flybridge sopraelevato non aumenta di poi tanto il costo, ma però aumenta la superficie esposta al vento e lo scarroccio che ne deriva. Non è proprio necessario costruirne uno, ma io lo farei!



La prima Alcina è stata realizzata in Canada, in legno, dal Signor Fred Hammond, in meno di tre anni. Era venuta benissimo, ma disgraziatamente, un anno dopo, fu distrutta da un incendio. Ora a Fred è passata, e sta pensando di costruirsene un’altra.


Qui di seguito ci sono alcune foto.
In questo stadio la Alcina di Fred aveva decisamente bisogno di paraurti laterali e di un flybridge (!); ma se no mi pare molto bella.
Questa Alcina è un ottimo esempio di ciò che  può realizzare un costruttore amatoriale motivato, anche se di mezzi relativamente limitati.





È interessante notare come le imbarcazioni d’acciaio affondino di più; e come una barca di legno di “stazza” paragonabile (e la Alcina è una barca di legno robusta!) sia molto più leggera.
In queste foto la Alcina di legno composito, che era abbastanza carica,  emerge di almeno 8 pollici (cm 20). Naturalmente non c’è niente di male a usare della zavorra!






Quel tipo di barche a vela che era molto comune agli inizi degli anni 1970: semplici, robuste, e progettate per le crociere oceaniche in tutta sicurezza senza problemi, oggi non vanno più di moda; e nessuno ne parla più, almeno sulle riviste sulle riviste specializzate.
Siccome appunto erano semplici, non erano poi così costose; e un giovane o specialmente una coppia di classe media potevano costruirsene o comprarsene una, e finire di pagarla, prima di essere diventati troppo gracili per godersela.


Alcina si basa su quell’idea. Sulla stampa specializzata di oggi non si parla tanto di barche di questo tipo, fondamentalmente perché non si possono pubblicizzare in concomitanza tanti prodotti di consumo; per cui sta a voi decidere se il concetto vi aggrada.  
Mi rendo conto che possa essere difficile prendere una decisione senza l’aiuto degli opinionisti; e tanta gente al bar dello yacht club una barca così non la capirebbe. Ma barche di questo tipo, come del resto le loro cugine a vela basate sullo stesso concetto, hanno molto senso, a prescindere dallo stato delle vostre finanze. Non fate l’errore di pensare che siano inferiori semplicemente perché sono economiche. E’ proprio il contrario.


Dimensioni e caratteristiche:


Lunghezza al galleggiamento (LWL): m 14,9 (45 piedi e 10 pollici)
Lunghezza al ponte (LOD): m 14,4 (47 piedi e 6 pollici)
Baglio: m 4,28 (14 piedi e 1 pollice)
Pescaggio: m 1,74 (5 piedi e 9 pollici)
Dislocamento: kg 24785


Coefficiente Prismatico: 0,612


Si suggerisce una potenza motrice (minima) di: hp 80 ( kW 59,6 o CV 81).
Quantità di combustibile (minimo suggerito a bordo): 650 galloni americani (l 2457).


Dall’analisi delle prestazioni di barche dallo stesso dislocamento, stimiamo che la Alcina sia in grado di navigare alla velocità di 5,5 o 6 nodi, consumando circa 1,5 galloni americani di gasolio (l 5,7) all’ora. La quantità di combustibile minima suggerita di 650 galloni (l 2457) dovrebbe conferirgli un raggio d’azione di almeno 2380 miglia nautiche (km 4400 circa), in condizioni di calma.

I vostri commenti, come sempre, saranno molto graditi.
Grazie.

Leonardo Pavese



Sunday, April 3, 2016

Two Gardenias




Carpita




   Dos Gardenias (Part Two). 
   by Giorgio Ballario 

   They were enemies, Malusardi told himself; and in war one kills as easily as one can get killed. But seen from up close and observing his face printed on the light-reactive photographic paper, inevitably the man lost his status of political adversary and became just another man, who maybe had a woman at home who waited for him and maybe even children. Just a guy who looked at himself in mirror in the morning, shaving, detecting with some regret his new gray hair. Then he had breakfast, he lit the first cigarette and scanned the newspapers titles. From that point of view, the man didn’t seem like an enemy anymore; but in a few minutes Malusardi would put a bullet in his brain.
        “I’ve got to do it,” he would have liked to explain to him “but it’s nothing personal.” Even though the filthy newspaper the reporter worked for had accused him personally of having been a member of the group who had killed the magistrate in Rome, while Malusardi instead was in Milan and did not even know the assassins. And another paper of the same political bent had published his name, address and telephone number, calling him a Fascist terrorist. It got to the point that his mother had to take refuge with some cousins in Como, because she got threatening phone calls at every hour of the night.
        There was nothing personal but, in the end, Andrea would kill that damned reporter. Period. Mors tua, vita mea, isn’t that what the ancient Romans used to say?
        The man walked passed the Estadio Naciónal, heading for the Tennis Club. He cut through the cheering crowd on its way to the bleachers. Some people were elegantly dressed, in jackets and ties; the women in pretty flowery dresses and hats. Some fans had a more common aspect; they wore t-shirts and casual shirts and held little flags. Malusardi noticed that all of them had European features: many of them were blond; while the wide and dark faces, with the typical Andean features, could only be seen behind the stands that sold flags, soda pop, popcorn, and boiled corn on the cob.
        He entered a bar and ordered a coffee. Right after having hurriedly drunk it he went to the restroom, closed the tiny door and extracted the handgun. He wanted to check that everything was all right. He ejected the magazine. It contained six rounds. He racked the slide, closed it, and checked the trigger. He reinserted the magazine in the grip of the gun with a sharp click, racked the slide again and put a cartridge in the chamber. Then he de-cocked the hammer and put the gun back in his pocket. He was ready, although he felt a bothersome shake in his legs and felt strangely tired.





        He reached the small square near the Tennis Club, and saw the dehors of the café in which his man should be sitting. He spotted him almost instantaneously. The journalist was sitting at a side table with a blonde woman, and was smoking a cigarette of the same brand Malusardi had lit a moment ago and was now holding in his right hand.
        In front of the journalist there was a glass, half empty of a milk-like liquid; maybe an omnipresent Pisco Sour. He raised his sight, trying to see beyond the waiters who came and went with their trays loaded with drinks. On the street corner there was the guy Mannucci had talked about: a man with dark glasses and a Panama hat. Malusardi could not see the getaway car, but it must be parked just around the corner.
        He looked around himself again, observing the square flooded by the sun. There was a busy bustle, but strangely there weren’t many policemen: just a couple of carabineros who patrolled the opposite side of the widening, and a pair of municipal agents at the entrance of the Tennis Club.  Malusardi figured that among the crowd there were also mixed in DINA agents in plain-clothes but, if Mannucci was correct, he should have had nothing to fear from them. And Mannucci was always right. There was no reason to worry.
        He threw away the butt of the cigarette, and touched the pistol inside his jacket. It was cold and heavy and it almost felt it was about to fall through the bottom of the pocket. Suddenly, he was pierced by a shiver, and had the unpleasant feeling of being cold. “Te pasó un muerto,” Isabelita would have said, who like many Latin Americans was rather superstitious. When you feel a shiver, she explained to him, it means that a spook just passed near you. Malusardi smiled, but he didn’t feel at all relaxed. “If there’s a dead man in this square,” he thought, trying to infuse some courage in himself “he’s that guy sitting there. A walking dead, actually a corpse who smokes and drinks Pisco Sour.”
        He got closer and checked again his dad’s the old Longines. There were still two minutes left to the X hour: after that, every moment would be the right moment to act. He just had to wait for the blond woman to get up and leave. Then he would plant two bullets in the head of that damned reporter. It was impossible to miss. The man wouldn’t even have the time to react; and very likely not even to be afraid. He would pass from life to death in the fraction of a second.
        “To die is just an instant. It takes more time to smoke a cigarette or to drink a Pisco Sour,” he thought.
        He looked again at the couple sitting at the table of the café. Now the woman was leaning towards her mate. She was kissing him: a long and passionate kiss. But it was the kiss of Judas!
        Mannucci had told him: the blond gal was working for DINA. Maybe her role was just that: to bring the Italian reporter there and distract him while they waited for the arrival of Malusardi. Waiting for death.
        “Damn!” thought Malusardi, “You can’t really trust anybody on this earth”
        It was a matter of an instant. The blond passed her hand through the hair of journalist and got up from the chair. Malusardi could have sworn that for an instant he had seen her look towards him, who by then was about sixty feet from the café. Then she took her purse and she headed indoors, towards the ladies’ room.
        While he walked the few remaining feet that separated him from his target, Malusardi felt his heart beat madly. He would have liked to look around, to make sure that that patrol of Carabineros wasn’t close, but he could not take his eyes off his objective. The Italian man had picked up the glass and was sipping his cocktail.
        He got closer. He was now at just fifteen feet from the journalist. He felt his legs weak and his hands as cold as icicles. A horrible thought crossed his mind: “What if I can’t shoot? What if my finger refuses to pull the trigger?”
        He chased that image off his brain: “I should think of nothing, absolutely nothing. I just have to pull out the gun and shoot. Then run like a robot. In half an hour, I’ll be safe at home and everything will be over.”
        He took two more steps; now he was at about ten feet from his victim. Six feet. He could not hear any noise anymore, nor could he see the busy coming and going of the people in the square.
        He extracted the gun from his jacket. It was really heavy, and cold, actually ice cold. From the distance of three feet he raised his arm and pointed the gun to the head of the other man. He did not hesitate at all. Contrary to his fears of a few moments ago, his index finger had no difficulty at all to press the trigger of the Walther. One, two, three times. Bang, bang, bang.
        Nothing happened. The reporter looked at him with terrified eyes, waiting for the shot that would end his days. Malusardi felt lost. He could not have missed from that distance!
        He pulled the trigger once more, aiming at the chest of the Italian. Bang.
        The reporter got up trembling, and unscathed. Then he ran at breakneck pace inside the café, while the other customers were dispersing in the square, screaming.
        Malusardi looked for the man with the dark suit and the Panama hat, who should have been at the corner. But he saw him much closer than he thought he should be. He was five yards away, and brandished a .44 Special revolver.
        Before Andrea could open his mouth, the man in the dark suit unloaded the cylinder of the gun in him, striking Andrea in the chest, in the stomach and in the neck.
        Andrea Malusardi dropped his Walther PPK and collapsed on the asphalt. While he felt life slipping away from within him, almost without pain, he noticed that the gardenia he had pinned in his jacket had fallen on the ground, a few inches from his head.  And he understood: “Isabelita…why?”
        From the shadow that had stretched on the asphalt he realized that the man in the dark suit was now standing above him, and was now pointing his revolver to his head. Andrea didn’t even try to escape. It would’ve been useless.  He just closed his eyes and waited for the coup de grace as a liberation.

        On the other side of the square, on a balcony of the Hotel Austral, Raffaele Mannucci put the binoculars down on the table, sighed deeply and picked up his glass, filled to the brim with scotch on the rocks. Sitting beside Mannucci, a man of about fifty with a moustache, dark glasses and a brown pinned striped linen suite, shook the hash off his Partagas. Mannucci took a sip, then another one. Sighed again deeply, then he emptied the entire glass.
        “Well, it’s over,” he said.
        “And everything went according to plans,” replied the man with the moustache.
        “That’s right…”
        “Satisfy one curiosity Mannucci, please: Why him? Had he betrayed you?”
        “Not yet, General, but sooner or later he would have. He was a man who asked too many questions and had too many doubts.”
        “A weak man, therefore.”
        “No. A purist.”
        General Gutierrez pulled on his cigar, then took a sip of his drink too.
        “I can understand how you feel, Mannucci. This sort of things is never pleasant, especially because he was one of your own. But just think how useful this outcome will turn out to be for your organization. That man, Malusardi was suspected of the murder of that magistrate, wasn’t he? Well, we will discover the gun that was used in Rome in his apartment, and we will send it with our best regards to our Italian colleagues; so they will have a guilty man and maybe they will loosen their grip on the other comrades of yours.
        “And you will dispel the suspect of providing a safe haven for Italian neo-fascist terrorists, and will look like the ones who are on the side of the law, even if it means protecting communist reporters.”
        “That’s exactly right. As you can see, the sacrifice of your man will be very advantageous to everyone.”
        Raffaele Mannucci poured himself another scotch and shook his head.
        “Poor Andrea! I thought he was…shrewder.”
        “He didn’t realize at all that our agent had replaced his cartridges with blank ones; but I have to admit that it wouldn’t have been easy, because our ballistic experts are very skilled.”
        “He wasn’t very familiar with handguns. He could have never figured that out.”
        “Well, on the other hand, before leaving this valley of tears, poor Malusardi was gloriously laid. I know Isabelita really well and, I assure you, she’s a volcano!”
        The general burst out laughing with gusto and threw down the last gulp of Pisco Sour. Mannucci instead was silent, and finished his scotch calmly. In the distance, from the bleachers of the tennis club of the Estadio Nacional came a roar and a burst of applause.

         The Davis Cup final, between Chile and Italy, had begun.





         Special thanks to J.J.P. for reviewing the English text (and there is also a Part One, of course). L. Pavese.