Monday, April 22, 2013

Libertà non vuol dire solo proprietà.


In California c'è un popolare blogger e conduttore radiofonico (Marty Nemko) che conclude sempre la sua trasmissione con la frase: "Fra quelli con i quali siamo d'accordo troviamo consolazione, ma fra quelli con i quali dissentiamo, cresciamo"; e devo dire che c'è del vero; perché anche un liberale molto individualista, e con forti tendenze anarchiche, come me, può trovare un germe del quale coltivare la crescita anche fra gli scritti di autori conservatori, anzi paleo-conservatori (cioè tradizionalisti), come quelli del The American Conservative , dal quale ho tratto l'articolo di questa traduzione.
Il pezzo chiama in causa l'anarco-capitalismo di Murray Rothbard, e la sua concezione di un'organizzazione sociale basata essenzialmente sul rispetto del diritto di proprietà altrui, nel senso proprio letterale della parola; e cioè nel senso che i diritti individuali sono inviolabili, perché siccome un individuo, secondo Rothbard, sarebbe padrone della propria persona, imporgli di fare una qualunque cosa equivarrebbe a una violazione del suo diritto di proprietà.

M. Rothbard

Francamente, non me la sono mai sentita di sposare completamente le idee di Rothbard, specialmente dopo aver letto la sua teoria dello "evictionism", per quanto riguarda il diritto all'aborto. (Evictionism è una parola che non esiste, e può essere tradotta come "sfrattismo", dall'inglese eviction, sfratto. Cioè, secondo Rothbard, una donna, appunto perché padrona della propria persona, avrebbe il diritto di sfrattare un embrione, e addirittura un feto, dal proprio corpo, come un padrone di casa ha il diritto di sfrattare un inquilino moroso). Il modo in cui Rothbard espone questa sua tesi lo fa sembrare molto insensibile, un po' sanguinario e come minimo un po' farlocco. Ma questa è un'altra storia, e l'introduzione rischia di essere più lunga della traduzione.
Se vi interessa un altro pezzo del The American Conservative, sulla relazione fra tradizionalisti e libertari, potrete trovare su questa pagina un'altra mia traduzione.
I vostri commenti saranno graditissimi.
Grazie e buona lettura.
Leonardo Pavese.
 




Libertà non vuol dire solo proprietà. Ma allora che vuol dire?

Matt Zwolinski, sul blog Bleeding Heart Libertarians, suggerisce ai suoi compagni libertari di abbandonare il cosiddetto “principio di non aggressione”, almeno così come era stato enunciato da Murray Rothbard; e David Gordon , in risposta, sostiene che la caratterizzazione delle opinioni di Rothbard, da parte di Zwolinski, sia quasi un po’ caricaturale: “Il libertarianesimo di Rothbard non si riduce semplicemente alla dottrina che ogni singolo individuo, per quanto riguarda la sua proprietà, sia un despota assoluto,” dice Gordon; “e non significa neanche che uno sia libero di violare i diritti degli altri, basta che lo faccia sulla sua proprietà.”
Il problema che immediatamente sorge, però, è appunto: quali sono “i diritti degli altri”, al di fuori del diritto di proprietà? I libertari che seguono Rothbard aderiscono alla dottrina della “proprietà di sé stessi”, la quale loro interpretano proprio letteralmente: ognuno di noi possiede sé stesso, nello stesso modo in cui possediamo una qualunque nostra altra cosa.

Avere la proprietà di noi stessi significa godere di un diritto di proprietà che deve essere rispettato anche quando ci si trova sulla terra di qualcun altro. Infatti, secondo l’ideale di Rothbard, neanche un intruso può essere assalito, derubato o ucciso; e può solo essere allontanato con l’uso della minima forza necessaria. Quindi, probabilmente, questo è ciò a cui si riferisce David Gordon quando dice “i diritti degli altri” e “sulla vostra proprietà”. Il problema è che quelle potrebbero essere le uniche cose che un seguace di Rothbard ha in mente.



A. Lorenzetti. Allegoria del buon Governo. (1338)

Murray Rothbard era un “anarco-capitalista”, e generalmente i suoi discepoli immaginano un mondo in cui tutta la terra sia di proprietà privata: a volte Disneyland, o un centro commerciale, vengono evocati a illustrazione di ciò a cui, in pratica, una comunità totalmente privatizzata e basata sulla proprietà privata potrebbe assomigliare. I centri residenziali privati sono un altro degli esempi. (Qui l’autore si riferisce alle “gated communities”. Sono delle piccole enclave residenziali, molto diffuse negli Stati Uniti, cinte da mura e protette da una cancellata, appunto la “gate”).  Ma in ognuno di questi casi, dovrebbe essere ovvio il carattere fortemente limitato della “libertà” che essi offrono. In un centro commerciale non esiste nessuna libertà di parola: i negozianti non sono affatto obbligati a lasciarvi criticare in quel luogo, e ad alta voce, le loro mercanzie; e i dipendenti di Disney devono assumere, per forza, un “Disney Look.” I centri residenziali privati impongono ogni tipo di costrizioni ai loro membri-abitanti. Sbagliate o giuste che siano, le regole a cui si deve sottostare in quei posti mal si adattano all’idea comune di libertà che ha la maggior parte di noi; e le regole sono stabilite da una sola classe di persone, i proprietari.
Ci sono almeno due modi in cui le persone nulla-tenenti, ad eccezione della propria persona (i “ proletari”, com’erano definiti una volta), in un sistema del genere, potrebbero ancora esercitare un qualche potere. Primo, un loro talento naturale li farà apprezzare come potenziali dipendenti; e ciò gli donerà un certo potere di contrattazione. Secondo, aggregate, le preferenze dei “proletari” creano la domanda sul mercato, o il grosso di essa; e la cosiddetta “sovranità del consumatore” può effettivamente diventare realtà, facendo sì che i proprietari di immobili e di capitale scelgano di diventare anche servitori anziché solo di dominare. Si finisce per avere tanta libertà quanta se ne può comprare, e tanta quanta i consumatori ne esigono.
Ma potrebbe non bastare; e quello che tende a succedere è che i “proletari” comincino a chiedere a gran voce un ruolo nella gestione degli affari. Questo è il paradigma dal quale sorgono sia la democrazia sia il socialismo. La prima sorge dalla richiesta dei sudditi di un ruolo nel governo, il secondo dalle proteste dei lavoratori per un ruolo nella gestione aziendale; e le due cose sono strettamente correlate, perché gestione aziendale e governo sembrano proprio la stessa cosa, a coloro i quali sono soggetti a regole che non hanno contribuito a stabilire.



A. Lorenzetti. Allegoria del cattivo Governo. (1338) 



Il libertarianesimo basato sul diritto di proprietà si auto-rappresenta come una risposta alla coercizione politica. Lo stato uccide e tassa e ordina; tutte attività che sarebbero considerate criminali se esercitate da una qualunque altra organizzazione. Abolire lo stato non significa che certi atti sparirebbero, ma però significa che nessuna istituzione avrebbe l’autorità morale di compierli. Lo stesso metro verrebbe applicato a tutti, almeno in teoria. In pratica, quelli che possiedono proprietà tangibili avrebbero in effetti il potere di esigere e riscuotere un affitto e, in casi estremi, anche di uccidere per difendere la loro proprietà, esattamente come fa lo stato quando dichiara di ammazzare solo a scopo difensivo.
Il modello di società che i libertari immaginano, con l’abolizione della coercizione istituzionalizzata, appare però molto diverso se visto da un’altra angolazione; e ha proprio le sembianze di un sistema in cui tutti i diritti civili dei cittadini, nei confronti delle pretese dei proprietari, sono stati aboliti; e che tutto il potere di gestione, che attualmente è spartito fra il governo e la proprietà, sia ora esclusivamente connesso alla proprietà, e dipenda solo dai desideri di chi la possiede.


Disneyland

Ai dipendenti di Disneyland potrà anche non essere permesso di riunirsi (a Disneyland), e presentare un’istanza per ottenere soddisfazione delle loro rivendicazioni; ma in uno stato quei lavoratori sono anche cittadini, e i cittadini possono riunirsi in assemblea, in uno spazio pubblico, e criticare i privati e le istituzioni governative. Nessuna azienda è obbligata a lasciarvi esercitare la vostra libertà di parola sulla sua proprietà, ma i cittadini hanno ottenuto il diritto di esprimersi liberamente in luogo pubblico. Si potrebbe anche dire che la libertà di parola sia un concetto che ha senso solo al di fuori di un sistema basato puramente sulla proprietà: la libertà di parola implica che da qualche parte ci sia la parola, cioè in un qualche luogo sottoposto a un autorità che ha scelto di concedere la libertà d’espressione.
La discussione è una parte integrante dell’idea di repubblica, ma non è affatto una parte fondamentale dell’idea di Disneyland o di un centro commerciale. Naturalmente, in pratica, uno stato può o non può consentire la libertà di parola, così come un proprietario la può permettere o meno. Ma, almeno in teoria, uno spazio pubblico sembrerebbe essere più favorevole all’esercizio di ciò che noi intendiamo come libertà di parola di quanto lo sia un luogo di proprietà privata.       


In un sistema esclusivamente a carattere proprietario, i limiti di ciò che è permesso, per quanto riguarda la parola o qualunque altra cosa, sono determinati appunto in conformità col principio di proprietà e con la volontà dei proprietari. In uno stato totalitario, o anche solo fortemente autoritario, quei limiti sono imposti solo dal governo. Nessuna di queste due situazioni però, per quanto riguarda l’esperienza del mondo occidentale moderno, rappresenta la normalità. Al contrario, la nostra idea di libertà si è evoluta nel contesto di un sistema che comprende istituzioni pubbliche e private. È un genere di libertà policentrico piuttosto che monopolistico. Il privato conserva alcuni dei suoi privilegi, nei riguardi dello stato, ma il potere di gestione, o di governo, non è distribuito esclusivamente sulla base della proprietà privata. Lo stato è in parte investito del potere di dirigere i dirigenti, e il potere di gestione dello stato è devoluto al popolo (in una democrazia), a una classe non mercantile ristretta (in un’aristocrazia) o anche, in parte, alle autorità religiose. Un sistema policentrico siffatto, a me sembra più inclusivo di un sistema basato interamente sul diritto di proprietà, o di uno che si basa solo sul fiat governativo (nel caso di quest’ultimo, si tratta naturalmente della libertà dell’Unione Sovietica).

Rimango un po’ scettico che niente di buono possa risultare dal devolvere tutto il potere gestionale (o di governo) nelle mani dei detentori di proprietà, i quali per definizione già godono di un certo vantaggio rispetto agli altri. Ovviamente, le conseguenze dell’investire lo stato di tutti i poteri sarebbero anche peggiori; ma mantenendo il potere diviso fra diversi princìpi d’autorità si proteggono gli svariati possibili modi di vita, e le varie vie di protesta e rimedio, dovesse un’ingiustizia essere perpetrata da qualcuno nel settore pubblico o privato.   


Bisogna dire, però, che esiste un altro genere di pericolo, a parte quello del monopolio istituzionale del potere: “l’opinione pubblica”, espressa mediante il mercato dalla “sovranità” dei consumatori, e attraverso la politica, per mezzo di votazioni e sondaggi, è in grado di porre vincoli al nostro modo di vivere, e persino di pensare (basti pensare alla piaga della “political correctness”). Uno dei vantaggi della chiesa, anche per coloro che non ne sono membri, è che in essa si preserva una voce diversa da quella delle masse, espressa dal mercato o dalla politica che sia. La diversità, e l’equilibrio, di cui un ordinamento politico ha bisogno, necessita di molte stratificazioni, al di là della distinzione fra pubblico e privato, o fra politica e proprietà.


Il mercato forse li preferiva celesti

Tutto ciò è solo un accenno al perché un sistema Rothbardiano, basato sulla proprietà privata, non assomiglierebbe molto all’idea di libertà alla quale siamo abituati. Magari sarà anche libertario, ma, come Disneyland, potrebbe allo stesso tempo essere anche molto illiberale. Senza voler sminuire, né negare, il carattere sanguinario che può assumere lo stato, e ragionando solo in termini di modelli di società, la proprietà privata senza la politica lascia molto a desiderare.

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