Wednesday, January 2, 2013

Argo. I cani e la civiltà.




Racconta Eumeo, il porcaro, che quando Ulisse si trovava ancora a casa Argo era un fantastico cane da caccia:


“Gran maraviglia ne trarresti: fiera
Non adocchiava, che del folto bosco
Gli fuggisse nel fondo, e la cui traccia
perdesse mai.”

Il cane da caccia è la perfetta allegoria di uno dei temi più salienti che ricorrono nei poemi omerici, cioè la civiltà come imbrigliamento della natura. Si ottiene un buon segugio prendendo una creatura con doti innate, dopodiché addestrandola a servire ai propri scopi, portando alla luce quel suo dono naturale, affinandolo e rafforzandolo.
Sul grande scudo di Achille, nell’Iliade, Vulcano illustra questo concetto ripetutamente: si vedono i contadini nei campi di grano; viti cariche di uva matura; mandrie di bestiame; ballerini e acrobati; via via rappresentando, in ciascuno spicchio, un esempio di coltura: cioè il miglioramento e la trasformazione da parte degli esseri umani di ciò che gli è stato donato da Dio.



 


Per Omero questa è la vera e propria definizione di civiltà; il che è la ragione per cui, quando Ulisse si imbatte nei Ciclopi (nel libro IX), rimane totalmente inorridito dal fatto che loro non seminino né raccolgano niente, ma si limitino a strappare qualunque cosa cresca sulla terra. Ciò concorda perfettamente col fatto che i Ciclopi:
“Leggi non han, non radunanze, in cui si consulti tra lor;”
cioè non si sono dati un’organizzazione sociale, una Polis; al contrario, ogni Ciclope è una legge, di per sé stesso, e un tiranno per la sua famiglia:



“Su la moglie ciascun regna e su i figli
Né l’uno all’altro tanto o quanto guarda.”

Un Ciclope, per queste precise ragioni, è disumano e incivile.

Il che ci riconduce ad Argo: un superbo cane da caccia. A suo modo un piccolo trionfo della civiltà: il prodotto di un’attenta selezione e di un addestramento ponderato, ma che viene lasciato morire miseramente dai Proci i quali, nella casa di Ulisse, ora comandano.
A loro non serve un ottimo segugio, perché loro non cacciano; così come non coltivano la terra, e nemmeno suonano musica: non producono niente, ma si limitano a consumare.
Divorano tutto quello che appartiene a Ulisse, ma non gli viene neanche in mente di coltivare, o di addestrare un animale, o men che meno di creare un bel niente. Detestano persino il racconto delle storie: non sopportano neanche di stare ad ascoltare il “mendicante”, il quale invece affascina tutti gli altri con le sue storie avvincenti; e disdegnano il bardo, il cantastorie, il quale, col suono della sua lira, ingentilisce la casa.
Sono, quindi, incivili come i Ciclopi. Per quanto riguarda Omero, non sono neanche umani.
Meritano solo la morte. E l’avranno.



Alan Jacobs è uno scrittore americano, e professore d'inglese, che scrive sul The American Conservative.

I vostri commenti saranno molto graditi. Grazie,
L. Pavese


Nemo.




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