Friday, September 21, 2012

Paul Ryan: Way too fit to be Vice-President? An Italian woman's point of view.


  Body Fat
   By Annalena Benini (Translated by Leonardo Pavese) 

   Women, be suspicious right away of a man who, on the first date (or in an interview, for that matter), starts telling you about his percentage of body fat. Forty-year-old Paul Ryan, the United States Republican Vice-Presidential candidate, and fitness addict (particularly of a program called P90X, which promises to get a six-pack out of even the most flaccid belly), says that his percentage of body fat is 6 %; and that would be laughable just for the fact it is a lie. Even though Paul Ryan is fit and thin, and he's a devotee of that discipline which consists of training, dvd's, daily mirror examinations in which to wiggle the biceps, protein base nutrition, no sweets, no alcohol and, as he himself has enthusiastically said: "A muscular confusion, which hits the body in several different ways," the experts say that he's dreaming about a 6 % of body fat, even more than he's dreaming about the Vice-Presidency of the United States. That 6 % is the reward for the Olympic 100-meter race runners, for boxers, wrestlers and world class marathon runners.



  Before the races, the Tour de France bicycle racers try to get down to about 8 % or 9 % of body fat; while professional swimmers, with their statuesque bodies, compared to the percentage of body fat which Mr. Ryan boasts about, would be just sedentary devourers of junk food. 
   Therefore, having established that Ryan's was almost certainly a wild exaggeration (like his boasting of having run a marathon in two hours and fifty minutes, while the hours were truly four and the race was called the Grandmothers' Marathon), why oh why a man who's not a professional personal trainer would know his body mass index? Could it be that also Paul Ryan forces his wife to grill chicken breasts every night, and to listen to his account of his feats on the treadmill? And to pinch his body fat with tweezers and a caliper?



   It's really nice that Mr. Ryan has all that time to devote to his fitness and his pectoral muscles, hoping maybe that Vogue will offer him to feature his bare-chested photographs, before the November elections (it's still a mystery: is there really a six-pack under that Brooks Brothers shirt?); but this male obsession with fitness is worse than the Dukan Diet! 
   A man who touches lightly a woman's arm, not to flirt but to check its firmness, can be very annoying; like a man who only eats white meat; who depilates, better to see the darting of his muscles in the bathroom's mirror; who, before booking a hotel room, must make sure that there's a gym equipped with a sauna and an Olympic size swimming pool, for his daily seventy laps. And he can even be dangerous, in case he proposes to you, girl, a hike in the Andes, just to put that lean mass of his to the test.
   Male fitness, and all its accessories (tight spandex, shiny T-shirts, purpose built shoes, breathing sweat-proofs tops, gym bags capable of holding corpses, gym friends, gym dinner parties) should never be flaunted. And if one just can't resist the last best thing, as far as buttocks are concerned, one should at least swear never to utter, in front of the nation, or in front of a woman, the words: body fat mass.




          
Annalena Benini 
writes for the Italian daily newspaper Il Foglio. 

Saturday, September 15, 2012

L' Obama-mobile o: L'imbroglio dell'auto elettrica.



Nel suo libro "Imagined Worlds", che credo in italiano si intitoli "Mondi Possibili", Freeman Dyson racconta una sua conversazione con Sir John Cockcroft, il primo direttore del programma di produzione di energia nucleare britannico. Dyson e Sir John si trovavano di fronte alla prima centrale sperimentale britannica di Harwell e guardavano le linee dell'alta tensione che si diramavano dall'impianto.
"La gente crede che l'energia stia scaturendo da qui e vada a fluire nella rete nazionale," disse Sir John. "Quando gli spiego che invece è esattamente il contrario, non mi crede nessuno." Ma è esattamente quello che succede quando una tecnologia viene promossa, dallo stato, non per i suoi meriti ma per ragioni fondamentalmente ideologiche: energie e risorse vengono riversate in un pozzo senza fondo in una quantità che è direttamente proporzionale solo alla spocchia e all'ignoranza dei personaggi che controllano "democraticamente" i cordoni della (nostra) borsa.
La seguente è la traduzione di un divertente articolo di Eric Peters su quel bel programma di falsa innovazione, sperpero di risorse e manipolazione delle regole del libero scambio che oggi, negli Stati Uniti, è conosciuto col nome in codice di Chevrolet Volt, l'Obamobile. (Ma potrebbero anche cambiargli il nome. State attenti).
Un altro esempio di applicazione della tecnologia alla previdenza sociale è qui.
Buona lettura. I vostri commenti saranno molto graditi.
Leonardo Pavese.




  


L'imbroglio dell'auto elettrica sta per costarvi ancora di più.
di Eric Peters. (Traduzione e adattamento di L. Pavese).

Fra qualche mese, (negli Stati Uniti), "comprarsi" un'auto elettrica nuova di zecca sarà 2500 dollari più facile. Ho messo "comprarsi" fra le virgolette perché, in realtà, saranno gli altri a sobbarcarsi una buona fetta del prezzo di acquisto a suon di dollari, 10000 per l'esattezza: sotto forma di un esborso diretto di contante (che viene definito eufimisticamente "agevolazione fiscale") per ciascun veicolo, dono di Barak Obama, "L'uomo con un piano", (ma senza grande comprensione dell'economia né dell'ingegneria).



L'Eletto e la Volt


Una clausola inserita ben in profondità, nella legge finanziaria del Presidente Obama per il 2013, (che ancora non è stata approvata, e non lo sarà fino a dopo le elezioni americane di novembre), porterà gli incentivi esistenti per le carrette a energia elettrica da $ 7500 a $ 10000 per vettura. Ciò significa che solo il sussidio per, diciamo, una Chevrolet Volt, ammonterà a quasi il costo totale (senza sussidi) di una decente utilitaria quale, per esempio, una Nissan Versa modello 2012.

Inoltre, il regalino dello stato sarà immediatamente disponibile, e verrà fatto luccicare davanti agli occhi degli "acquirenti" (e qui ci vuole un colpetto di tosse imbarazzato) "...nei vari punti di vendita, rendendolo subito trasferibile al concessionario...permettendo così ai "consumatori" di usufruire dei benefici al momento dell'acquisto del veicolo, piuttosto che quando sarà ora di presentare la dichiarazione dei redditi".
Be', sì, consumeranno...ma consumeranno il denaro degli altri. E anche una bella saccata. E a quanto ammonta, precisamente, questa saccata di soldi? Be', se ipotizziamo 10000 bagnarole elettriche, ciò equivale a M$100, cento milioni di sesterzi. E l'obbiettivo dichiarato del Presidente Obama è di "...avere UN MILIONE di veicoli a tecnologia avanzata sulle strade entro il 2012".
Fatevi i conti. Non vi va? Ecco, ve li faccio io: il tutto ammonterà a circa G$ 10, 10 miliardi di dollari!! Il che è appena un po' meno del 10 % (corretto dell'inflazione) di quello che è costato mandare Neil Armstrong sulla Luna. Almeno, nel lontano 1969, gli americani ottennero qualcosa in cambio del loro danaro. Dopotutto, l'Apollo 11 ce l'ha fatta ad arrivare sulla Luna e a tornare. Ma la maggior parte delle auto elettriche non ce la fa ad andare e a tornare dal supermercato!! E il problema è che persino questo trucchetto magico, sotto forma di un regalino del governo federale di $ 10000 per auto (10 miliardi gettati al vento) probabilmente non basterà.
Per ora, di certo, non sono bastati i $ 7500.



Ciascuna Obamobile, scusate,Volt, che ha un prezzo raccomandato di vendita al concessionario di $ 39145, costa alla General Motors circa $ 89000 alla produzione. Quindi la GM perde circa $ 50000 a veicolo. Non c'è che dire, veramente un modo spassosissimo di fare affari. Avrebbe molto più senso farci un bel falò, con tutti quei soldi. Almeno ci si ricaverebbe un po' di aria calda, invece di tanta aria fritta.

Anche con gli attuali incentivi fiscali di $ 7500, e offerte di leasing molto suadenti (perfino di soli $ 199 al mese), ideate "per far circolare il prodotto", mica tanto prodotto sta circolando. A metà di settembre le "vendite" della Volt, da un anno a questa parte, non avevano ancora raggiunto le 14000 unità: un tantino di meno delle 40000 che la GM prevedeva.


Il Delegato. (Dan Akerson, AD della GM).

E allora? I personaggi responsabili sarebbero forse dei cretini? Come si potrebbe spiegare, se no, la loro incapacità di prevedere che un'auto che costa   più di $ 33000 (al netto dell'incentivo), cioè tanto quanto una BMW o una Mercedes delle più economiche, potrebbe non esercitare una grande attrattiva sulle persone che si preoccupano di dover pagare $3 (e rotti) per un gallone di benzina? Cioè, tanto per intenderci, la gente che ci pensa prima di spendere dei soldi, a differenza di Obama e della GM.

Be', il punto è proprio quello. No, non sono stupidi. È che i soldi che spendono non sono i loro. Sono i vostri. E possono sempre chiedervene ancora, se vogliono.
Quindi, che la Volt (e anche le altre auto elettriche, se è per quello) dal punto di vista economico faccia schifo non gliene frega niente. (E anche dal punto di vista funzionale: perché benché siano interessanti come "dimostratori di tecnologia", i veicoli elettrici non sono ancora in grado di viaggiare, neanche lontanamente, tanto quanto una delle più umili vetturette convenzionali odierne, se non con un mucchio di scomodità).


Così lo si mette in quel posto.

Forse, col tempo, un'automobile come la Volt potrebbe anche ammortizzare il suo costo, grazie alle spese di esercizio più basse, (be', a parte le spese per l'energia elettrica e per quel punto di ricarica, che costa $ 2000, che dovrete installare nel garage); ma anche dando per scontato che sia più economica nel lungo termine (cosa che non è affatto certa né probabile) la Volt, e le auto analoghe, al momento dell'acquisto costano sempre tanto quanto un'auto di lusso. Anche con il sussidio di $ 7500; e con quello dilazionato da $ 10000.

I clienti che desiderano una Mercedes o una BMW desiderano...una Mercedes o   una BMW, non una Chevrolet. E quelli che non si possono permettere un'auto di lusso non si possono di certo permettere quella Chevrolet.
Quindi non ci sorprende affatto (o non ci dovrebbe sorprendere) che il tipico "acquirente" di una Chevy Volt (stando a quello che dice l'amministratore delegato della GM Dan Akerson) sia una persona che guadagna almeno $170000 all'anno. Cioè, in altre parole, una persona la quale non si preoccupa troppo del prezzo della benzina, (o del prezzo dell'auto, se è per quello); che sia uno, cioè, che si possa permettere un giocattolo costoso.



Sfortunatamente per la GM, e per noi, di persone del genere non ce ne sono tante. Il mercato di massa di cui la GM ha bisogno, per far sì che la Volt funzioni economicamente, non esiste; per il semplice fatto che non può esistere!!

È un ossimoro.
La gente a cui serve un'auto economica non si compra un aggeggio da $30000. E questa è la ragione per cui, Signor Presidente, la Volt e la Nissan Leaf non vendono.


Dan Akerson alla guida di una Chevrolet che gli piace.



La General Motors ha sperperato più di GM $1,2 per la Volt (un miliardo e duecento milioni, e non dimenticatevi che una bella porzione era la nostra, dopo il salvataggio governativo dell'azienda); e adesso non riescono neanche a regalarla. Letteralmente.

Il leasing da $ 199 al mese che la GM, presa dalla disperazione, ha cominciato a offrire di recente, per sfoltire un po' di quelle auto dai parcheggi delle concessionarie, (e anche per salvare quel po' di faccia che gli rimane), significa che c'è della gente che scorrazza in giro con delle Volt da $ 89000 per meno di  $ 5000 ogni due anni. Il tutto a spese nostre. Ma non basta.
E quando anche la cifra di $ 10000 per auto si dimostrerà inadeguata (il che succederà), il sussidio verrà probabilmente aumentato, chissà, forse fino a $ 15000. Forse decideranno anche di pagare la gente perché si porti una delle vetture a casa. Senza un acconto, e senza rata mensile.
Ma allora diamo un'auto a chiunque la vuole, e già che ci siamo diamo anche a questi "clienti" una stipendio mensile, per coprire i costi dell'energia elettrica. Allora forse sì che le auto elettriche si "venderanno".
L'Eletto,(Obama), ci spiegherà che ha "creato posti di lavoro", e che sta "investendo nel nostro futuro".


Nissan Leaf.
Tutto questo non sarebbe successo, naturalmente, se fosse stato preso in considerazione il rischio morale dell'operazione. Cioè, se la GM (e la Nissan) e anche tutte le altre aziende, avessero dovuto rischiare il loro denaro, (e il loro patrimonio), la Volt, la Leaf, e le altre auto non sarebbero mai state costruite; o in ogni caso non sarebbero mai entrate in produzione. Forse sarebbero stati realizzati dei prototipi, per mostrare ciò che si potrebbe fare e misurare la reazione del mercato; ma neanche in un milione di anni la GM avrebbe rischiato un miliardo di dollari.
Solo che quel miliardo, e più, che hanno rischiato non era il loro.
Se la Volt sarà un fallimento (e finora è stata una catastrofe), non sarà la GM a prendere una scossa.
Saremo io e voi.    

          

Wednesday, September 12, 2012

No, la democrazia no.



Questa è una repubblica, non una democrazia.
di Ron Paul (Traduzione e adattamento di L. Pavese).

La settimana scorsa (oggi è il 12 settembre del 2012) ha segnato la fine di quelle due grandi sagre, finanziate dai contribuenti, e conosciute col nome di congressi nazionali di partito. Forse è molto significativo che mentre 18 milioni di dollari erano stati concessi a ciascuno dei partiti, per queste sfarzose messinscene, sono stati necessari 50 milioni di dollari aggiuntivi per ognuno dei congressi, per garantire la sicurezza in previsione delle inevitabili proteste.
Il totale ammonta a 136 milioni di dollari di denaro pubblico, devoluti ad attività prettamente partigiane: una goccia nel mare, vista la nostra disastrosa situazione finanziaria; cionondimeno, è una cosa riprovevole.
I partiti, e non i contribuenti, dovrebbero finanziare i loro party.
Durante i suddetti congressi, i dirigenti di partito hanno designato, o hanno fatto finta di designare chi, secondo loro, dovrebbe governare la nazione nei prossimi quattro anni, fra inevitabili, e interminabili, odi alla democrazia.
Però si dà il caso che non siamo una democrazia. E in realtà, i padri della patria consideravano la democrazia un concetto abbastanza pericoloso.
Democrazia significa il potere della maggioranza a spese della minoranza. Il nostro sistema possiede certi elementi democratici, ma i padri fondatori non hanno mai fatto menzione della democrazia nella Costituzione, nella Dichiarazione di Indipendenza e neanche nel Bill of Rights, (cioè i primi dieci emendamenti alla Costituzione). Infatti, le nostre misure di salvaguardia della libertà più importanti sono decisamente anti-democratiche. Il Primo Emendamento, per esempio, protegge la libertà di parola. Non ha nessuna importanza, o non dovrebbe averne, che il 51%, o persino il 99 %, aborra la mia parola. La parola non è soggetta all'approvazione della maggioranza.
Sotto la nostra forma di governo repubblicano l'individuo, cioè la più minuta delle minoranze, è protetto dalla canaglia.

Disgraziatamente, la Costituzione e le sue regole di salvaguardia vengono rispettate sempre di meno, e noi abbiamo permesso, in silenzio, che la nostra repubblica costituzionale degenerasse in una social-democrazia corporativista e militarista. Le leggi vengono violate o modificate alla chetichella, o ignorate, quando sono d'impaccio a colui che è al potere; mentre coloro che sono nella posizione di controbilanciare il potere esecutivo non fanno nulla. Le barriere che i padri fondatori hanno edificato sono sempre di più solo illusorie.
È per quella ragione che viene data sempre più importanza alle convinzioni e alle idee del Presidente.



Il Senato della Repubblica Romana


Le limitazioni, molto strette, al potere dell'Esecutivo sono delineate molto chiaramente nell'Articolo 1, Comma 8 della Costituzione degli Stati Uniti. Da nessuna parte, per esempio, si fa riferimento al potere di obbligare gli americani ad acquistare un'assicurazione sanitaria, pena il pagamento di una tassa o di una penale. Ciononostante, questa autorità è appena stata rivendicata dall'Esecutivo e confermata, in modo stupefacente, dal Congresso e dalla Corte Suprema. Ma siccome siamo una repubblica costituzionale, il semplice fatto che una politica goda di popolarità non dovrebbe avere nessuna importanza; se un'iniziativa è in palese violazione dei limiti imposti al governo, ma la gente, cionondimeno, la approva, allora l'unico modo di procedere è di emendare la Costituzione. Però, piuttosto che affrontare questo percorso politico molto arduo, la Costituzione è stata, a tutti gli effetti, ignorata; e l'obbligo di assicurazione sanitaria è stato approvato comunque. 

Tutto questo dimostra come nell'Ufficio Ovale (l'ufficio del Presidente degli Stati Uniti) si sia ormai raggiunto un altissimo livello di indiscussa libertà, per quanto riguarda il potere d'imporre la propria visione personale delle cose e le proprie preferenze alla nazione, a patto che il 51% della gente possa essere persuaso a votare in un certo modo. Il restante 49 % di quelli sottoposti a questo sistema, invece, ha ottime ragioni per essere adirato e protestare.




Noi non dovremmo essere disposti a tollerare il fatto che gli Stati Uniti sono diventati una nazione governata da esseri umani, secondo i loro impulsi e i loro umori giornalieri, e non da leggi.
Il fatto che siamo una repubblica, e non una democrazia, non può essere mai enfatizzato abbastanza; e dovremmo insistere che il costrutto della Costituzione debba essere rispettato, e che i limiti stabiliti dalla legge non siano oltrepassati dai governanti.
Questi limiti di legge al potere del governo ci assicurano che gli uomini non possano imporre la loro volontà agli individui, ma piuttosto che gli individui possano governarsi da soli.
Quando si pone un freno allo stato, la libertà fiorisce.





      
L'Onorevole Ronald Paul è un medico (ostetrico e ginecologo) e deputato dello stato del Texas al Congresso degli Stati Uniti d'America. Questo pezzo era apparso sul blog di Lew Rockwell il 12 settembre del 2012.
Se volete saperne un po' di più su Ron Paul, e leggere un altro articoletto interessante, scritto da lui, date un'occhiata qui.
La mia traduzione è stata anche gentilmente pubblicata qui, sul sito di Libertarianation.org: uno spazio web libertario italiano. Dategli un'occhiata, se vi va.
Buona lettura. I vostri commenti saranno molto graditi.

Leonardo Pavese

Wednesday, September 5, 2012

For many are called, by few are chosen




  For many are called, but few are chosen
By Giorgio Torelli (Translated and adapted by Leonardo Pavese)
 
In the long digressions of memory, which is so thick with solar images, one most lofty morning of many years ago comes to the foreground: The triumphant sun of Africa is proclaiming his lust for reflexes on the windshield of a small airplane, while I’m flying from Cameroon to Gabon with a pilot who’s wearing white silken gloves. He’s a French Army Captain who got mired in the sand of the tropics to fly daredevils along routes of opportunity. I telegraphed him from Milan.
We knew each other from other adventures. I know he gasped for air throughout  the Indochina campaign, and then he invested all his farewell French Francs in the purchase of a small twin-engine aircraft. He always heads for the shortest route: over rivers, forests, villages, and all the while he sings like a baritone, with the headphones over his ears.




Dr. Albert Schweitzer

In my message to him I had specified: “I’d like to go to Libreville and from there to Lambaréné. I need to understand where Dr. Schweitzer ended his life and his service. I don’t have a visa. Could we get there anyway?” We took off, only to find ourselves immediately in the bosom of a sky already worn-out by sultriness. The captain assures me that just getting to the place is enough; the rest is only a matter of getting away with a few fanciful words: Africans are seduced by surprise. Plans are made from one moment to the next. 
We fly cleanly, turning with broad elegance when very winged flocks announce themselves. Voilà, yells the satisfied pilot, who wants to insist on the voice over the engines. I nod a yes, and below us Africa spreads out her colors.
We fly maybe for two hours and the landing is smooth. I’m under orders not to spend a word. The captain seizes the situation with the gendarmes, who rushed us immediately. They are shiny black with sweat. I hear him strike up a singsong of phrases in the most captivating French. He explains that we are just friends passing through; we will just go for a moment beyond the river; we just need to park our wings in the shade; it won’t even be night and we will be back.
The Gabonese placate. The pilot slips off his white gloves and stops a bananas truck: Wouldn’t you give a ride to the pirogues to a couple of very busy friends?
While I’m unraveling the thread of all the things I saw, I find myself on the liquid vastness of the Ogowe. We are going, within the roar of an outboard engine, to the place on Earth I wanted to approach the most: that stretch of equatorial Africa where Albert Schweitzer, in 1913, invented fraternal medicine.


It wasn’t enough for him to serve the reasons of Truth as a theologian and a supreme interpreter of Bach’s organ. He had also demanded his will power to become a physician, to choose a remote stretch of land where men suffered the disgrace of pain, and confined himself there, never to return.












The pirogue cleaved the descent of the river towards the Atlantic; a supremely black young man held the tiller; the pilot breathed in that new immenseness and I thought, with the participation of my heart:
Schweitzer had been dead for only three months, and I would deliver all my admiration to his African grave, because the road the old man insisted in pointing out to us had become a bookmark for the Gospels.


We landed at about noontime in the green dampness of the hospital.

The huts of the sick were wide open onto the sumptuousness of nature: there were azure waters, calicos, white coats, goats, ducks, shacks, surgeons, beards, helmets, priestly figures, candid nurses, languages and dialects.









We understood we were placing our light shoes on the fabric of a story which couldn’t be told. The pilot held a cigarette in his lips; he felt he had to watch without commenting.
That tale of Christian greatness marked our breathing. We touched with wary hands what could have appeared to be only a legend: a man had chosen to offer himself to remote creatures, year after year, so that each one of his insights into the facts would become a signal of God.


He had uprooted himself from foggy Europe to answer the peremptoriness of a duty:

To love, in the field - in its constancy and its becoming - every image of God, imprinted in the story of everyone who loves, grows, suffers, hopes and therefore proves to be unique and non-replicable.






We were not to get back to that aircraft, parked in the shade, for another three days. I comprehended that which even the pilot, a man of war, was pondering over: To stop there forever would have been more right than proper. The grave of the grand docteur was just a mound of tawny dirt with a large hardwood cross, all around which little hens with intense plumage busied themselves. Under the dome of the forest there was such a show of birds, raising spirals of melodies to Schweitzer like not even Johann Sebastian could have.
The Gospels reached me instantly; and I didn’t care a bit that Albert had been a Protestant, and that he had journeyed through the Parables armed with persuasions which were exclusively his. Everything, in the citadel around the hospital, had been inducted to confirm one single conviction: God said it; God has to be taken at his word. Furthermore: If one feels called – and everyone, please, heal his or her listening with a dose of silence, to grasp the supreme accents of the summon – the true strength, the only liberty is to answer compliantly: “I understood once and for all. I’m on my way, in my nuptial clothes.” They had made a place for us in huts with earthen floors, and the magnified shadows of the objects replicated beyond the oil lamps. One voice stirred inside me: Many are called, few are chosen. I felt that life had put me in front of indisputable evidences, and that uphill road became a pledge. The dawn rose from the revived forest. Again the azure waters, and that grave again, pointed at which was the finger of God’s paternity.



     
Giorgio Torelli is an Italian author and journalist. He was born in Parma, in 1928. After quitting medical school, he devoted himself completely to writing. I'm not sure exactly in what way, but the airplane played an important part in his long career as an author, (as the article you've just read demonstrates); to the the point that the Italian Air Force even awarded him an honorary Aviation Observer Badge. 
I am very grateful to Riccardo Cascioli for having let me translate this article by Torelli, which appeared last year on Mr. Cascioli's daily Italian newspaper La Bussola Quotidiana.



I'd also like to thank J.J.P. for reviewing my English text. Your comments will be greatly appreciated.



L. Pavese.



Monday, September 3, 2012

Quando San Paolo prese per il naso l'Imperatore. (Un invito alla disobbedienza civile).




San Paolo prende Nerone per i fondelli.
di Randy England (Traduzione e adattamento di Leonardo Pavese)
     
Certi statalisti autoritari cristiani sono sempre pronti a sfoderare la lettera di San Paolo ai Romani, per dimostrarvi che la disobbedienza civile non è un’opzione legittima:

[1]Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. [2]Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. [3]I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l'autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode, [4]poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada.” Romani 13:1-4.



Neanche loro, però, potranno certo sorvolare su certe eccezioni a quella regola di “obbedire sempre allo stato,” perché San Paolo identifica l’obbedienza con il “fare del bene.” E i governi non hanno mai di certo limitato la loro condotta a ciò che è buono.

Registrato negli Atti degli Apostoli (5:29), troviamo anche il famoso confronto nel quale San Pietro e gli Apostoli lanciano una sfida al potere, affermando: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.” E nel Vecchio e Nuovo testamento ricorrono numerose altre recitazioni del principio di disobbedienza civile. Noi, perciò, abbiamo il dovere di disubbidire, anche se, a volte, perfino lo stato ci azzecca con qualche buona legge (ad esempio, le norme che si propongono di impedire o correggere il danno fatto ad altri); ma in ogni caso quelle proibizioni dovrebbero essere rispettate in qualunque società civile.




Nerone



Nella regione di mezzo, fra le leggi per la nostra protezione (che dovremmo rispettare) e le leggi che ci ordinano di fare del male (che devono essere violate), esiste una vasta palude normativa stesa o, primo, per derubarci o, secondo, per punirci a meno che non ci comportiamo come esige lo stato.
Molto spesso a queste leggi particolari è più saggio obbedire, per legittima difesa, ma, per quanto riguarda l’obbligo morale di ogni Cristiano all’obbedienza, un esame più ravvicinato della lettera di San Paolo agli Apostoli suggerisce un altro livello di analisi e solleva la questione degli obblighi morali, se ce ne sono, che noi avremmo rispetto all’autorità:
[6]Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio. [7]Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto.
Romani 13:6;7
Un uomo di stato potrebbe anche interpretare questo passaggio come un omaggio gratificante, ma, per quelli che come noi devono sottostare ai potenti, la corrente sovversiva di questo verso è appena un pelino sotto la superficie. Anzi, a ragione si potrebbe proclamare che nessuna tassa è dovuta; che le mani insanguinate del potente non meritano nessun rispetto e che le sue ruberie non meritano onore, ma solo una punizione.
Solo un cretino si sentirebbe onorato perché gli è stato augurato “tutto il rispetto che gli è dovuto.”
Le parole di San Paolo ricordano il discorso di Bilbo, il personaggio del Signore degli Anelli di Tolkien, alla sua festa di compleanno: “Conosco la metà di voi soltanto a metà e nutro per meno della metà di voi metà dell’affetto che meritate.”
Difficile dire se li sta insultando o se gli sta facendo un complimento.  
Per quanto riguarda il loro significato, al pari di gran parte dei Vangeli, gli scritti di San Paolo abbondano di multiple sfaccettature. Pare proprio che l’Apostolo avesse un senso dell’umorismo molto pericoloso, e molto adatto a satireggiare, anche con un re.
Nell’anno 66 d.C., l’imperatore Nerone partì da Roma per andare a partecipare ai giochi olimpici, e fare un tournée di concerti  in Grecia. A Olimpia gareggiò nella corsa delle bighe a quattro cavalli. Lo storico Svetonio, nelle sue “Vite dei dodici Cesari,” scrive che Nerone era alla guida di una biga con non meno di dieci cavalli. Durante la corsa, l’imperatore fu scagliato fuori dal carro e dovette essere raccolto e rimesso alle redini; però non ce la fece a continuare e dovette ritirarsi prima del traguardo. Ma siccome era l’imperatore, i giudici di gara lo proclamarono lo stesso vincitore. Nerone, generosamente, dichiarò libera l’intera provincia e donò ai giudici una grande somma di denaro.








Questa umiliazione doveva essere stata una notizia fresca, quando l'Imperatore, un po' pagliaccesco, fece ritorno a Roma, e poco dopo fece decapitare l’apostolo Paolo. Non potrebbe esserci stato un collegamento, fra la condanna a morte di San Paolo e la lettera che egli aveva scritto da una prigione di Roma? Questo è ciò che Paolo scrisse nella sua ultima lettera al suo giovane amico Timoteo:
Un atleta non viene coronato, a meno che non competa secondo le regole...[6]Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. [7]Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. [8]Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno;
(Timoteo 2:5, 4:6,8).

Anche Nerone l'atleta aveva vinto una corona, ma non aveva mai terminato la sua corsa. Può veramente esserci alcun dubbio che San Paolo abbia combinato il suo dolce amaro addio a Timoteo con uno scherzo ai danni dell'Imperatore?


Se Nerone fosse stato degno di rispetto, semplicemente perché era l’Imperatore, in quel caso Paolo avrebbe disobbedito alla sua stessa regola.
È una cosa su cui riflettere, quando consideriamo i nostri doveri verso lo stato e i governanti.
















Randy England è uno scrittore americano, e avvocato penalista nello stato del Missouri, dove è cresciuto e risiede. È autore del libro: "Free is beautiful. Why Catholics should be Libertarian." (Libero è bello. Perché i Cattolici dovrebbero essere libertari.) E liberisti, aggiungo io.
L'articolo originale, in inglese, è qui, sul sito di Lew Rockwell
In futuro, spero di poter tradurre e pubblicare ancora qualcosa di suo.
I vostri commenti saranno molto graditi.
Leonardo Pavese