Wednesday, July 11, 2012

Il taccagno e la società. Ovvero: il vostro tempo in cambio di denaro


Questa è una traduzione e una rielaborazione di un articolo di Gary K. North, storico, economista liberista di scuola austriaca, (L. von Mises, Hayek, tanto per intenderci) autore e giornalista statunitense. Se vi interessa il suo sito è qui
Il Professor North è molto conosciuto fra gli autori liberisti americani, ma credo che questa sia l'unica traduzione in italiano di un suo scritto.
L'articolo originale era un po' più lungo, e potete trovarlo, in inglese, qui, se vi interessa.
Il pezzo è apparso il 7 di luglio 2012 sul sito di Lew Rockwell, autore americano che se avete seguito questo blog un pochino già dovreste conoscere. Il titolo era:

"Fate come Paperon de' Paperoni; e farete del bene all'umanità."
di Gary K. North  (Tradotto e rielaborato da L. Pavese.)


































Sin dalla tenera età ci viene detto che la vita del taccagno è una vita gettata alle ortiche. Un avido passa ogni ora di veglia ad accumulare denaro; però pare che con i suoi soldi non faccia mai niente di utile. Semplicemente li accumula. 

Quest’analisi, per quel che riguarda l’economia di mercato, non è corretta. In un regime di libero scambio una persona può accumulare ricchezza solo rendendo un servizio al cliente. Nessuno mai darà all’avaro tutti quei soldi solo perché glieli chiede. Quindi, fintanto che lui (rimaniamo al maschile per comodità) sarà impegnato a espandere la sua ricchezza, egli sarà costretto a servire fedelmente i suoi clienti. Dovrà fornirgli i prodotti o i servizi che desiderano, a un prezzo accettabile. Per fare ciò, egli deve mantenere il vantaggio competitivo rispetto agli altri venditori di servizi e prodotti analoghi; e ciò lo costringe a innovare costantemente. I clienti sono liberi di fare le loro scelte, anche per quanto riguarda i loro nuovi gusti e bisogni; per cui l’acquirente è estremamente volubile, e non fa altro che chiedere al venditore: “Che cosa hai fatto, PER ME, ultimamente?” 
  

L’avido, l’avaro, (comunque vogliate chiamarlo), benché sia solo motivato dal desiderio di accumulare danaro, in un’economia di libero mercato è un membro produttivo della società. Diventa il servitore dei suoi clienti, i quali scoprono di godere di un tenore di vita migliore, grazie all’impegno che lo spilorcio mette nell’accumulare una ricchezza ancora maggiore.

L’avaro è un ossesso, ma per alleviare la sua condizione è costretto a fare della soddisfazione dei bisogni del cliente un’altra sua ossessione.
   

Riflettete su ciò che egli deve fare. Deve stimare quello che i clienti saranno disposti  a sborsare in futuro; valutare la competizione da parte degli altri fornitori, i quali inseguiranno, molto alacremente, il denaro in possesso dei loro futuri clienti; infine deve tentare di prevedere anche l’effetto delle normative sul mercato in generale, e sul suo in particolare. Egli è soggetto inoltre all’imprevedibilità di tutta una serie di eventi che potrebbero verificarsi da qui in poi. Infatti, per fare sì che i futuri clienti possano acquistare i prodotti e i servizi che vogliono, al prezzo che sono disposti a pagare, qualcuno deve pur pensare a questi problemi, i quali non si sistemano da soli.



Quindi, ciò che ci raccontano sui taccagni è sbagliato. Potrebbe, forse, essere corretto per quanto riguarda i pericoli associati alle ossessioni. Potrebbe trattarsi di malanni psichici, che nel lungo periodo potrebbero minare la stabilità mentale della persona. Ma per quanto riguarda la funzione sociale degli avidi, costoro sono persone molto produttive, e ricompensate per questo dai loro clienti.


Per quanto noi possiamo affermare di non avere una buona opinione dei tirchi, molti di noi sono cresciuti godendosi, di tanto in tanto, le storie a fumetti di Paperon de’ Paperoni.









Paperone era una brava persona, (vabbé un papero); però non ci sono dubbi sul fatto che fosse molto concentrato sull’accumulazione della ricchezza. Ci ricordiamo tutti le vignette e l’immagine di Paperone, seduto nel suo deposito sulla cima di una montagna di monete d’oro, che se la godeva un mondo.


Per molti, il disegno di Paperon de’ Paperoni, in cima alle sue monete, costituisce l’unica rappresentazione che abbiano mai visto dello standard aureo che vigeva negli Stati Uniti d’America, prima del 1934.





   


Eppure con c’è alcun dubbio, almeno per quanto mi riguarda, che nel taccagno ci sia qualcosa che non va. Egli accumula ricchezza presumibilmente per il gusto di farlo, e così facendo si rende servo di essa; e per poterla servire, in un’economia di libero mercato deve anche servire il cliente. 

Che si analizzi la situazione dal punto di vista della sua soggezione al denaro o del suo asservimento al cliente, non c’è dubbio che lo spilorcio si trovi in una condizione di schiavitù. Egli però accumula la ricchezza che gli consentirà di procurarsi una via di scampo da qualsiasi situazione problematica. Di solito noi ci immaginiamo una persona molto ricca come qualcuno in grado di risolvere i suoi problemi facendo un assegno. Sappiamo che non potrà risolvere tutti i suoi problemi in quel modo, ma di sicuro può risolverne molti di più di quanti possiamo risolverne noi compilando un assegno.


Piacerebbe anche a noi possedere la quantità di ricchezza che Paperone possiede, come garanzia contro tutti gli eventi negativi che potrebbero capitarci.

Questo è il punto fondamentale a favore dell’accumulazione di denaro.

Il danaro è la più negoziabile delle materie di scambio. È ciò che tutti desiderano; e perciò tutti sono disposti a vendere qualcosa per poter agguantarne un po’. Questo non vuol dire che ognuno abbia un prezzo, però è vero che le cose hanno un prezzo per colui che le possiede, anche se non è detto che ognuno abbia un prezzo per tutti i suoi averi.

DA QUI IL GRANDE COMPROMESSO: IL TEMPO IN CAMBIO DI DENARO.

Appunto perché i soldi sono il più smerciabile dei beni, li accumuliamo per poter fronteggiare quegli eventi che non siamo in grado di prevedere con precisione. Questi eventi potrebbero essere positivi o negativi. Potrebbe presentarsi l’opportunità di approfittare di qualcosa di fantastico, o la possibilità di risparmiarci qualcosa di tremendo.
Il punto è che il denaro è lo strumento che ci dà una chance.


Una delle caratteristiche dell’età adulta è che siamo in grado di riconoscere l’inevitabilità del compromesso fra tempo e denaro. Ben Franklin attribuì alla bocca del povero Richard queste parole: “Un bambino è convinto che 20 anni e 20 dollari non finiscano mai.” (In realtà scrisse: 20 anni e 20 sterline, ma non usiamo più le sterline negli Stati Uniti d’America; anche se l’aforisma funziona ancora in Inghilterra).

Quello a cui voleva arrivare era questo: l’orizzonte di un bambino è talmente limitato che il ragazzino pensa che 20 anni siano un tempo interminabile. Quando ne avrà settanta, non lo penserà più.




Ben

  
A un certo punto del percorso verso l’ultimo addio, un individuo dovrebbe rendersi conto che il tempo è l’unico bene insostituibile. Se ne ritrova a corto, e il denaro non può procurargliene di più. Questo è risaputo. Ma il fatto che tutti lo sappiano non suscita in tutti la stessa reazione. 
  
Quando si è giovani si ha il tempo di rimediare ai propri errori. Però quando si è giovani non si ha molto denaro; ma mentre lo accumulate, il danaro, scoprite che la vostra capacità di ripresa si è ridotta. Avete a vostra disposizione meno tempo per correggere i vostri errori.

Per cui, vi servono più soldi.

Tenetelo a mente, il danaro è il più smerciabile dei beni. È lo strumento che consente di trovare una via d’uscita dopo i passi falsi.

Anche in questo caso però, ci troviamo di fronte a un limite ultimo che ha ben poco a che fare con le nostre decisioni. Il limite ultimo è la morte. Anche l’accumulo di danaro ha una sua limitazione strutturale:
Possiamo ammassarne un mucchio per affrontare le evenienze negative, ma non ci servirà a molto di fronte all’evenienza negativa finale. 









On the road
Nel 2000, un cantante settantatreenne di nome Ralph Stanley cantò una canzone: “O Death,” e la cantò in un film, O Brother, Where Art Thou?” ("Fratello, dove sei?" in italiano).



Stanley, un musicista bluegrass, cantava canzoni da mezzo secolo. Non aveva mai vinto un Grammy, ma lo vinse con quella canzone; senza dire niente di nuovo e con la sua voce da uomo anziano. Mi parve molto giusto e qualche anno dopo ebbi l’opportunità di dirglielo di persona. Agli sgoccioli della sua carriera, e a un’età alla quale molti uomini sono in pensione, Stanley viaggiava ancora, continuava a esibirsi, a guadagnare e a intrattenere il suo pubblico. Non se ne stava lì a far niente, aspettando la morte. Infatti aveva un pubblico ancora più vasto, grazie a quella canzone, che non era neanche la più nota delle canzoni bluegrass e che lui cantava in coro.

Mi vengono in mente anche Doc Watson ed Earl Scruggs, che è morto l’anno scorso. Mi è stato possibile vederli entrambi, alla fine della loro carriera, così come li avevo visti mezzo secolo prima. Viaggiavano ancora, intrattenendo il pubblico; e avevano sostanzialmente le stesse abilità che avevano avuto da giovani.

Questo è un vantaggio immenso, per chiunque. Non tutti ne godono, ma quando esiste, credo che tutti dovrebbero approfittarne.





  


Ray Charles è morto quattro mesi prima dell’uscita del film Ray, una sua biografia.
Continuò ad esibirsi fino alla fine. Ricordo un’intervista di un paio d’anni prima. L’intervistatore gli aveva chiesto se aveva in programma di andare in pensione. Rispose con tre parole memorabili:
“Per fare che?”



Continuare a lavorare


Quei personaggi (di cui parlavo prima) che hanno continuato a viaggiare e a intrattenere il loro pubblico fino alla fine mi sono stati di grande esempio. Poter continuare a lavorare fintanto che riesci a produrre qualcosa che gli altri pensano valga la pena acquistare, o almeno passare un po’di tempo a leggere, è un gran dono.   
Invece continuare a lavorare solo per accumulare ricchezza mi sembra la materializzazione della scemenza. Se la state ammassando per poter affrontare le crisi della vita, più vecchi siete e meno razionale l’operazione diventa.

Quando una persona soddisfa i bisogni di un cliente o di scrocconi di vario genere, svolge un utile servizio agli altri individui o alla collettività in generale. Contribuisce al progresso dell’umanità ed espande, per così dire, il regno del dio a cui obbedisce. Ma se il suo dio è semplicemente un mucchio di denaro, egli serve un dio che è allo stesso tempo volubile e  insensibile.     

Questa è la ragione per cui alcuni genitori ammoniscono i figli contro la vanità dell’avarizia. Il taccagno è concentrato sull’accumulazione della ricchezza, ma non si preoccupa sufficientemente delle questioni più importanti della sua esistenza. Il suo obbiettivo è folle, ma i mezzi che usa per raggiungerlo non solo sono legittimi, ma sono anche vitali per la sopravvivenza della civiltà.
Servire gli altri è fondamentale, ma quando un individuo presta attenzione solo al denaro come misura del successo, piuttosto che all’indicatore di successo in termini di vite a cui si è giovato, vuol dire che si è trasformato da servitore dell’umanità a servo degli oggetti.
Invecchiando, divento sempre cosciente del ticchettio dell’orologio. Fortunatamente, io l’ho sentito per la prima volta pochi giorni dopo aver compiuto diciassette anni. Quindi l’ho sempre udito in sottofondo, ma ora lo sento più forte.


La cosa più importante, per me, è portare a compimento il mio lavoro. Mi rimane sempre meno tempo per farlo: per cui cedo in continuazione denaro in cambio di tempo.

Per via di questo baratto, sono costantemente conscio del fatto che, in realtà, sto acquistando un modo di vivere. E prima una persona se ne rende conto, prima riuscirà a ripartire il suo tempo e il suo denaro in maniera più efficace.


Se lo stile di vita di una persona è finalizzato solo all’accumulazione di denaro, egli sarà senza dubbio un taccagno con la coscienza a posto. Se tutto ciò che egli desidera è imitare Paperone, i clienti saranno più che disponibili a metterlo in condizione di raggiungere la sua meta, sempre che lui (o lei) li aiuti a raggiungere la loro; ma è probabile che il cliente stia timidamente tentando di assicurarsi un suo stile di vita più di quanto non lo stia facendo lo spilorcio.

Osservando i due modi di vivere, molta gente giungerebbe alla conclusione che in realtà il cliente possiede una saggezza che l’avaro non ha. Egli ottiene qualcosa in cambio del suo danaro; e il taccagno cede qualcosa.

Il taccagno rinuncia al suo tempo.






Gary North    

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