Wednesday, May 16, 2012

L'economia dell'ambientalismo




Questo è il secondo pezzo di Lew Rockwell che pubblico. Il primo: Non c'era posto alla locanda è il pezzo più letto su questo blog ed è molto divertente.
Llewellyn H. Rockwell, jr. è un economista, giornalista e autore libertario americano, fondatore dello Istituto Ludwig von Mises forse il più importante centro liberale e libertario di studi economici al mondo.
Questo articolo in realtà è una porzione del "Manifesto dell'Eco-Scettico" che vorrei tradurre e pubblicare sul blog a puntate. In questa parte del "Manifesto" Lew Rockwell illustra l'errore alla base della visione "ambientalista"; e cioè che sia possibile determinare il valore di un bene al di fuori del libero mercato e del meccanismo dei prezzi. 










Lew Rockwell


Ma lasciamo parlare lui. Buona lettura. I vostri commenti saranno molto graditi.
Leonardo Pavese





L’economia dell’ambientalismo.
di Lew Rockwell (traduzione e adattamento di Leonardo Pavese).


Solo quando ci saremo liberati, una volta per tutte, della visione utopica e avremo capito, per esempio, che otto milioni di persone non possono vivere a Los Angeles e godere di un'aria come quella delle campagne del Colorado, allora potremo cominciare a risolvere i veri problemi ambientali con gli unici strumenti possibili: la proprietà privata e il sistema dei prezzi.
Quando il meccanismo dei prezzi funziona liberamente, esso porta l’offerta e la domanda a un’equivalenza di sorta, assicurandoci che si faccia delle risorse l’uso più consono al loro valore. Nella misura in cui lo stato manipola i prezzi, non fa altro che realizzare sprechi, tarpare le ali all’imprenditorialità e rendere la gente più povera.
Per fare un semplice esempio, se il caffè, per una ragione qualsiasi, divenisse più scarso, il suo prezzo salirebbe, comunicando ai consumatori di berne di meno. Se invece più caffè arrivasse sul mercato, il prezzo scenderebbe, segnalando alla gente che può berne di più.
Quindi il prezzo costituisce un sistema per la conservazione delle risorse.
Però gli ambientalisti, come i pianificatori Sovietici, pretendono di divinare il valore economico dei beni senza il sistema dei prezzi. Infatti sostengono che “stiamo esaurendo tutto”; e quindi c’è bisogno del controllo governativo dei consumi. Ma se stessimo veramente esaurendo, diciamo, il petrolio, il suo prezzo salirebbe a razzo, comunicando ai consumatori di bruciarne di meno e agli imprenditori di cercare delle alternative. E quando l’offerta di greggio fu messa in pericolo dalla guerra in Iraq, è esattamente ciò che è successo.
Nemmeno le eco-restrizioni auto-inflitte funzionano come sarebbe nelle intenzioni. Gli ambientalisti continuano a ripeterci di fare voto di povertà e di consumare meno acqua, meno benzina, meno carta igienica, eccetera. Ma se riducono i loro consumi, il loro comportamento porta alla riduzione dei prezzi per noialtri, e quindi noi possiamo consumare di più. (Per favore non diteglielo: è l’unico favore che ci fanno.)
La proprietà comune di un bene, che sia l’aria o l’acqua, non fa altro che rendere evidenti le cattive conseguenze del Socialismo: la gente abusa delle risorse perché non deve sobbarcarsene il costo.


Per risolvere il problema, a chiunque abbia sofferto danni personali o abbia subito, per esempio, un danno materiale dall’inquinamento atmosferico, dovrebbe essere consentito di ricorrere in tribunale per fermare l’attività colpevole del danno, o ottenere un compenso. Ma il governo federale (degli Stati Uniti d’America) nel XIX secolo mise mano a questa tradizione di Common Law, il Diritto anglo-sassone, per favorire certi interessi, rendendo impossibile a un agricoltore, tanto per fare un esempio reale, di citare in giudizio una compagnia ferroviaria, perché le scintille della vaporiera gli avevano incendiato un frutteto. (A proposito, la parola “progressismo” si riferiva inizialmente proprio a questo tipo di intervento governativo per favorire il progresso. ndt)        
Inoltre, il governo federale nazionalizzò anche le coste e i canali navigabili specificamente per rendere le cose più scorrevoli a certe lobby industriali.
Ma, se come succede nel caso di tanti canali navigabili in Inghilterra e in altri paesi, la gente godesse del diritto di proprietà sui corsi d’acqua e sui fiumi che attraversano la loro terra, i proprietari potrebbero impedire l’inquinamento esattamente come impediscono lo scarico dei rifiuti nel loro giardino di casa. E se i pescatori e i proprietari di terreni potessero esercitare il diritto di proprietà sulle coste e le acque che le bagnano, ne impedirebbero l’inquinamento e potrebbero allocare i diritti di pesca in maniera appropriata.    
Le recenti reazioni isteriche a proposito delle zanne di elefante non riguardavano nient’altro che una questione di diritto di proprietà. Se i privati cittadini avessero il permesso di allevare i pachidermi e venderne le zanne, (e lo ha fatto notare anche il governo dello Zimbabwe, non certamente fra i più illuminati), non ci sarebbe sul mercato né più e né meno del numero di zanne che ci dovrebbero essere. E lo stesso principio vale per tutte le altre risorse. Finché rimarranno di comune proprietà, l’uso improprio delle risorse continuerà. Se invece verranno poste in mano privata, l’offerta si adatterà alla domanda e la quantità delle risorse disponibile sarà quella giusta.


Un esempio eclatante di conservazione delle risorse basata sul mercato era la Cayman Turtle Farm, (Allevamento di Tartarughe Cayman), delle Isole Cayman, nelle Indie Occidentali Britanniche.
La tartaruga verde (Chelonya mydas) veniva considerata in pericolo di estinzione, a causa della raccolta eccessiva delle sue uova, che erano accessibili a tutti. L’allevamento Cayman, però, era in grado di produrre uova e di portare le piccole tartarughe verdi a maturità a un tasso molto maggiore che in natura. Infatti le sue scorte vive crebbero fino ad arrivare agli 80000 animali.
Ma naturalmente gli ambientalisti detestavano la Cayman Turtle Farm, perché secondo loro è moralmente sbagliato trarre profitto dagli animali selvatici. L’allevamento fu chiuso e adesso le tartarughe sono di nuovo fra gli animali in pericolo di estinzione.
I “Verdi”, come tutte le persone di sinistra, giustificano gli interventi governativi basandosi su quello che gli economisti chiamano “beni pubblici, o comuni” o “esternalità.”
Un “bene comune” dovrebbe essere un qualcosa che tutti vogliamo, ma di cui non possiamo godere almeno che lo stato non provveda. Gli ambientalisti sostengono che tutti vogliano i parchi, ma il mercato non ce li fornisce, quindi lo deve fare il governo. Ma come facciamo a sapere, indipendentemente dal mercato, che tutti li vogliono questi costosissimi parchi? O quanti parchi, e di che tipo?
Si potrebbe fare un’indagine, ma non ci rivelerebbe l’intensità della domanda economica. Ma la cosa più importante è che non basta sapere che la gente desideri, per fare un esempio, diamanti. Economicamente parlando, ciò acquista significato solo se la gente è disposta a rinunciare ad altre cose per ottenerli.
Sorprendentemente, gli economisti di sinistra non hanno mai sviluppato un sistema per identificare questi cosiddetti “beni pubblici”; perciò, da grandi scienziati quali sono, usano la loro intuizione. L’esempio favorito di Paul Samuelson era il faro per la navigazione marittima, (perché non si può impedire a nessuno di vederlo);  finché Ronald Coase non gli dimostrò che imprenditori privati avevano fornito il servizio dei fari per secoli, (includendo il servizio nelle tariffe del porto).
Quando capiremo che solo il mercato ci può fornire informazioni economiche , il problema presunto dei “beni comuni” scomparirà. In assenza di sussidi e proibizioni governative, e della competizione dei parchi “gratis”, il mercato assicurerà che avremo esattamente il numero e il tipo di parchi che gli americani (o gli europei) desiderano, e per i quali sono disposti a pagare.



Inoltre, se vendessimo tutti i parchi nazionali potremmo saldare il debito del governo federale. (Rockwell scrive nel 2000, per quanto riguarda il debito obamiano odierno, non credo, ndt).
Una “esternalità” non è altro che un effetto collaterale. Il nuovo bel giardino dei vostri vicini è un’esternalità positiva; il loro cane che abbaia no. La prima cosa è una benedizione, la seconda è irritante, ma voi non avete acquistato volontariamente nessuna delle due.
Gli ambientalisti affermano, per esempio, che i rifiuti siano un’esternalità negativa del consumismo. Per cui sostengono il bisogno di regolamentazioni più severe e di più burocrazie, per risolvere il problema. Però il libero mercato risolve la questione in maniera più equa ed efficiente per mezzo del diritto di proprietà.  
Privatizziamo, e le “esternalità” vengono internalizzate; vale a dire: i costi li paga chi deve pagarli.
Ma, purtroppo, per certi ambientalisti il benessere umano è di per sé una “esternalità negativa.”
  

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