Monday, April 30, 2012

Israele potrà mai fidarsi dell'Europa?


Nel frattempo, Buon Compleanno!

Israele, questo mese, compie sessantaquattro anni. Avrei potuto fare riferimento alla canzone dei Beatles, When I’m Sixty-Four, come fanno ormai tutti quando una persona o un’entità importanti raggiungono questa età, però ve lo risparmio. Anche perché ormai, francamente, dei Beatles non se ne può proprio più. A pensarci bene però è esattamente quello che ho appena fatto; cioè ho citato la canzone. Mi scuso profondamente, e non mi resta che continuare.
Paul Mc Cartney chiedeva alla sua ragazza: ”Mi vorrai ancora bene, quando avrò sessantaquattro anni?” E forse qualche israeliano si domandava la stessa cosa nel 1948, riferendosi agli europei.
La risposta purtroppo è no.
Credo che oggi molti degli israeliani che erano adulti allora, e hanno vissuto i giorni esaltanti della proclamazione dello Stato di Israele, siano molto amareggiati dallo stato delle relazioni fra l’Europa e Tel Aviv.
(A proposito del 1948, se vi andasse di leggere il racconto di quei giorni di un aviatore americano leggete il mio post del 3 novembre del 2009:
Volare per Israele


Ripropongo un’intervista del 1994 al Professor Vittorio Dan Segre, pubblicata sul sito del Jerusalem Center for Public Affairs e tradotta dall’inglese da me. È datata, però il tema è attuale, e cioè: quali sono le ragioni dell’ostilità europea nei confronti di Israele?
Questa è la url della versione originale:





Vittorio Dan Segre è un accademico e giornalista. È nato nel 1922 in una famiglia di ebrei italiani piemontesi. Nel 1938, dopo la promulgazione delle leggi razziali da parte del governo di Benito Mussolini, la famiglia lo invia in Palestina. 
Nella seconda guerra mondiale presta servizio nella Brigata Ebraica dell'esercito britannico e dopo la guerra diventa un ufficiale paracadutista dell'esercito israeliano. Racconta questa parte della sua vita nella sua autobiografia: "Storia di un ebreo Fortunato."
Si laurea in legge a Torino nel 1952. Poi studia scienze politiche e lingue orientali a Sciences Politiques e alla Sorbona. Presta servizio fino al 1967 presso il Ministero degli Esteri Israeliano, prima di intraprendere la carriera accademica.
Scrive regolarmente, in Italiano, sul suo blog, http://blog.ilgiornale.it/dansegre/ presso il quotidiano italiano Il Giornale che contribuì a fondare nel 1974.
Lascio parlare lui. I vostri commenti saranno molto graditi.

Leonardo Pavese.





Israele potrà mai fidarsi dell’Europa?

Una conversazione con Vittorio Dan Segre. (Traduzione e adattamento di L. Pavese).



“Per capire come le relazioni future fra l’Europa e Israele possano svilupparsi in maniera più armoniosa,” dice Dan Segre, “preferisco studiare il modo in cui i percorsi dell’Europa e degli Ebrei si sono incrociati in passato.”
La posizione europea verso Israele è sostanzialmente cambiata, durante questi ultimi decenni. Dopo che Israele divenne indipendente, nel 1948, ci spiega Dan Segre, molti europei erano entusiasti, perché vedevano in ciò la realizzazione dello stato ideale; e come la ripetizione della rivolta americana contro la Gran Bretagna, che portò all’indipendenza degli Stati Uniti d’America.
La seconda ragione, non meno importante, della buona disposizione originaria degli europei nei confronti di Israele, derivava dallo choc dell’Olocausto.
Allora perché l’atteggiamento degli europei è cambiato?
Dan Segre identifica quattro motivi: il sogno dello stato ideale, non realistico sin dall’inizio, doveva per forza sfaldarsi. Israele si rifiutava di essere l’unico paese vegetariano, in un mondo di predatori. A questo si aggiunse l’improvvisa ricchezza degli arabi, conseguenza della maniera inetta in cui i paesi occidentali gestirono la crisi energetica del 1973. Il terzo fattore fu la confluenza della propaganda araba e comunista contro il sionismo; e il quarto motivo, gli stretti rapporti fra Israele e gli Stati Uniti d’America o, secondo la propaganda di sinistra, l’imperialismo americano.
Ma, secondo Dan Segre, il filo che lega tutti gli atteggiamenti degli europei nei confronti degli ebrei, e oggi verso Israele, consiste di frustrazioni, complessi e pregiudizi storici, presenti da lungo tempo.
“L’anti-semitismo non è affatto scomparso. Al contrario.” E Dan Segre sostiene che oggi si sia espanso, fino a includere l’anti-sionismo.
Nell’Unione Europea, (non troppa unita), di oggi, Segre vede una riedizione del Sacro Romano Impero dell’antichità, nel quale gli Ebrei furono sempre considerati degli stranieri: all’inizio perché erano diversi, ma non pagani; poi perché non erano Cristiani.

La tortura dell'ebreo  Piero della Francesca  (Circa 1460) 

Questa percezione degli Ebrei come traditori assumeva aspetti diversi: erano i traditori che avevano aperto le porte della Spagna ai Musulmani; i portatori della peste, nel XIV secolo; la “quinta colonna” dei turchi, che minacciavano di stringere d’assedio la città italiana di Ancona, per aiutare la comunità ebraica che vi abitava.
Schiavi africani, secondo Voltaire; pericolosi agenti sovversivi, secondo Napoleone; borghesi liberali, comunisti o capitalisti; o semplicemente batteri che contaminavano la razza e la società, secondo i nazisti e i loro seguaci.
Per molti europei gli ebrei rimangono a tutt’oggi degli alieni. Essere un ebreo americano oggi è un modo legittimo di essere americani, (nel senso di statunitensi, ndt); anche se  non il migliore, agli occhi della maggioranza del paese.
Per gli europei l’idea dell’ebreo è rimasta quella dello straniero, e in misura maggiore dopo la guerra e la creazione dello stato di Israele.
Secondo Dan Segre, lo stereotipo storico predominante dell’ebreo, agli occhi dell’europeo, è ancora basato sul pregiudizio anti-semita, una parola inventata nel 1874 da Wilhelm Marr, un giornalista e deputato parlamentare tedesco. Ci sono motivazioni profonde alla base di ciò; e in molte occasioni gli ebrei sono stati la cartina di tornasole delle idee sballate e degli ideali fallimentari degli europei. L’affare Dreyfus, per esempio, conclusosi con la condanna di un ufficiale francese innocente, solo perché ebreo, secondo Dan Segre simboleggiò e dimostrò il fallimento dell’Illuminismo.
Dan Segre sostiene anche che gli Ebrei mettano in luce anche un altro fallimento: quello della sinistra europea; perché non fanno altro che mettere in evidenza le contraddizioni implicite nell’ideologia di sinistra, nonché fra le sue idee e la messa in pratica.
Secondo alcuni dei precursori della sinistra europea, fra i quali i francesi Proudhon e Fourier, l’ebreo e il banchiere sono la stessa cosa; e secondo un sillogismo popolare, siccome l’Ebreo ha i soldi e i soldi dominano il mondo, ne consegue che l’Ebreo domini il mondo.






Nella prima versione di Das Kapital , che fu poi modificata dopo la morte dell’autore, Karl Marx scrisse: “tutta la mercanzia non è altro che, alla fin fine, denaro circonciso dagli Ebrei.”
Lenin e la Seconda Internazionale ripudiarono ufficialmente l’antisemitismo, ma ciò non eliminò affatto il pregiudizio dei militanti in campo comunista contro gli ebrei, come dimostrano il processo Slansky del 1952, in Cecoslovacchia, e il "complotto dei medici assassini", ordito da Stalin nel 1953.
Dan Segre non ha dubbi sul fatto che l’anti-semitismo marxista abbia avuto un impatto profondo sulla sinistra europea.
“La sinistra accettò completamente l’idea che i popoli dei paesi in via di sviluppo fossero, per definizione, proletari;” dice, “mentre Israele non era altro che il tirapiedi degli Stati Uniti d’America.”
Il Comunismo internazionale che diceva d’essersi definitivamente immunizzato contro l’anti-semitismo, non disse neanche una parola contro la delegittimazione dello stato d'Israele da parte della carta costituzionale palestinese. Anzi, fece di peggio, sostiene Segre, e impiegò l’intero arsenale dell’armamentario anti-semita contro il Sionismo: “Con ciò sostenendo il principio, erroneamente attribuito a Hegel, che quando i fatti non vanno d’accordo con l’ideologia debbano essere ignorati.”
La sinistra, e i suoi nemici, coltivavano ciascuno i propri contrastanti pregiudizi: da una parte quello dell’ebreo nababbo, dall’altra quella dell’ebreo come anarchico sovversivo. Cioè, assassini del Dio cristiano o cospiratori su scala planetaria.
Per quanto riguarda poi il nazionalismo europeo, Dan Segre dice che gli ebrei ne sono stai entrambi promotori e vittime. Per coloro che conoscono la storia dell’Italia moderna colpisce il fatto che, fra il 1835 e il 1870, gli ebrei siano stati un fattore molto importante del Risorgimento, nonostante il loro numero esiguo.





18 aprile 1848


Le persone che confermano, anche senza averne colpa, il fallimento delle idee altrui, sono raramente apprezzate da quelli ai quali hanno sgonfiato, per così dire, i palloncini ideologici. E Israele, secondo Dan Segre, non ha fatto altro che assumersi il ruolo tradizionale dell’ebreo come cavia che evidenzia i fallimenti delle idee europee.
Israele è alle prese con molti dei problemi che l’Europa si trova in difficoltà ad affrontare, per non parlare di risolvere. Per esempio, Israele si è confrontata con la sfida di assimilare gli immigrati con discreto successo. In proporzione, ha assorbito più immigrati dai paesi del Terzo Mondo, in una società di tipo occidentale, di ogni altro paese. L’Europa ha avuto tante esperienze, buone e cattive, nelle relazioni con gli immigrati; ma non riesce a trovare un approccio adeguato all’integrazione dei non-europei.
Altra cosa molto importante: inconsciamente, è molto difficile per gli europei accettare il fatto che  Israele stia gestendo, in modo molto realistico, il ritorno del “sacro” in politica, nel contesto del continuo confronto fra democrazia e teocrazia.
Questa è una questione di importanza vitale per la società internazionale.
Il “sacro”, espulso dalla politica europea dalla Rivoluzione Francese, sta riemergendo con furore in vari modi. Un esempio, la Bosnia, la quale faceva parte di uno stato sovrano nazionale ed è ora suddivisa in enclave a carattere religioso.
Dan Segre prevede che seguiranno altri esempi del genere.
Da questo punto di vista, Israele è l’unico paese nel Medio Oriente nel quale la teocrazia e la democrazia siano coesistite, almeno fino a ora, senza nessun conflitto brutale. Eppure, pare che per gli europei sia difficile apprezzare il valore universale di un’esperienza, che nessun altro paese in via di sviluppo è stato in grado di realizzare pacificamente.
“Come se non bastasse,” continua Dan Segre, “ Israele ha dimostrato in tutti questi anni della sua storia, come un paese possa modernizzarsi, quando molte delle ex colonie europee si trovano al collasso. Questa è un’altra cosa che irrita molto i leader europei, anche se non viene mai detto esplicitamente.”


Durante i primi anni della sua indipendenza, Israele, dice Dan Segre, incarnò l’unica versione possibile, nella storia, di uno stato socialista messianico fondato sulla solidarietà e il volontariato. Nella storia europea ci sono molti esempi in cui tentativi di fondare uno stato siffatto sono falliti. Per esempio, la Baviera e l’Ungheria dopo la prima guerra mondiale, e la repubblica spagnola.
“Non puoi andare a genio ai capi della sinistra europea, mentre allo stesso tempo gli sventoli davanti al naso i tuoi successi in campi in cui loro hanno fallito miseramente,” Aggiunge Segre, con un pizzico d’ironia.
L’esempio di Israele potrebbe anche aiutare gli europei a risolvere una questione che gli crea enormi problemi: la crisi dei rapporti fra stato e nazione. Per esempio, oggi la nazione italiana, (ricordate che si scrive nel 1994 ndt) sta incontrando delle difficoltà a mantenere uno stato italiano unitario.
I paesi baschi non vogliono essere parte della nazione spagnola. Stiamo assistendo a uno sfaldamento progressivo del Belgio. Il  Regno Unito sta per diventare disunito. La disintegrazione della Iugoslavia, dice Dan Segre, è l’esempio più nefasto di questa crisi, soprattutto considerando il fatto che l’Unione Europea ne incoraggiò il dissolvimento.
"Mentre la maggior parte dei paesi europei non riesce a risolvere questo tipo di problemi,” dice Dan Segre, “in Israele lo stato sta creando una nazione partendo da ciò che non è altro che un’associazione di tribù ebree. Queste tribù, al contrario di quanto credono in molti, hanno ben poco linguaggio ed esperienze storiche in comune. Perfino la loro lingua, l’ebraico moderno, è nata principalmente come una sorta d’Esperanto.
"Eppure, queste tribù hanno creato uno stato, il quale, con tutta probabilità, sta plasmando una nazione israeliana. Paradossalmente, molto del merito va dato agli arabi. Hanno costretto la società israeliana a mantenere l’unità di fronte alla loro ostilità. Altre società hanno sperimentato la pressione dall’esterno, ma non sono state in grado di tradurre ciò in un'unità creativa interna. I paesi europei che si trovavano faccia a faccia con il pericolo sovietico ne sono un esempio lampante. Se Israele non è un caso miracoloso è perlomeno spettacolare."


SO-4050 Vautour II   1967

A rendere le cose ancora peggiori agli occhi degli europei, aggiunge Segre, è il fatto che Israele sia uno stato vittorioso, mentre invece loro, (certi paesi europei), sarebbero stati sconfitti dalle forze di un’ideologia di morte, se non fosse stato per lo sforzo bellico di due popoli che loro, gli europei, considerano ancora piuttosto barbari: gli americani e i russi.
Secondo un certo tipo di determinismo storico europeo, un paese come Israele, creato dal Sionismo, l’unico movimento nazionalista che sia mai stato bollato come razzista dalle Nazioni Unite, dovrebbe perdere le guerre contro gli arabi del Terzo Mondo, esattamente come loro, gli europei, hanno perduto le loro colonie.
Nessuna potenza occidentale è mai stata in grado di sostenere una guerra coloniale; come gli esempi dell’Indonesia, dell’India, dell’Algeria e del Viet Nam sembrano dimostrare. Per quanto riguarda Israele, molti europei, ovviamente non tutti, che partono da una premessa talmente errata rimangono molto delusi se poi non si arriva alla conclusione che altrettanto erroneamente si aspettano.   
La prosternazione degli europei di fronte agli arabi, e alle loro ricchezze petrolifere, li ha resi completamente ciechi di fronte al pericolo di giustificare il terrorismo internazionale, che ha principalmente origini arabe. Tuttavia, nonostante i fatti, la colpa di tanti problemi gravi dei paesi europei viene addossata a Israele.
Le Nazioni Unite, in uno dei loro documenti più perversi, hanno dichiarato Israele il pericolo principale alla pace nel mondo, e il conflitto medio-orientale il più grave del periodo terminale del XX secolo, ci ricorda Dan Segre.
A Israele fu perfino data la colpa, dai suoi avversari occidentali, della penetrazione russa in medio-oriente e dell’aumento dell’influenza cinese in Africa, per compensare il successo delle politiche di cooperazione internazionale dello stato ebraico.
“Però, oggi, il castello di carte delle menzogne assortite degli europei, delle Nazioni Unite, degli arabi e dei comunisti è crollato in modo imbarazzante, evidenziando un paradosso,” dice Dan Segre. “Israele, che era accusata di minacciare la pace, sta lì, perché tutti possano vedere: un’alleata molto importante nella lotta contro il terrorismo islamico; una democrazia pluralista circondata da regimi violenti, autoritari e anti-democratici.”
“La questione palestinese mette seriamente alla prova i precetti morali e politici israeliani,” continua Dan Segre. “Il problema ha provocato distorsioni dell’etica ebraica e nel comportamento democratico, per le quali Israele si merita le critiche di entrambi, alleati e avversari; ma ciò non giustifica coloro che esigono che Israele si comporti come una democrazia in tempo di pace e non, come si dà il caso che sia, una democrazia occidentale in guerra. Inoltre, la politica estera europea è molto distante dall’essere etica, e non si ispira puramente a principi progressisti e democratici.”
Una prova concreta del fatto che gli europei non abbiano imparato molto dal passato, ci fa notare Dan Segre, sono i loro rapporti commerciali con l’Iran. Nonostante il fatto che potrebbero, forse, far ragionare gli iraniani tagliando gli acquisti del loro petrolio, e così facendo dar man forte ai loro alleati arabi, gli europei non ci hanno neanche provato.
Quando chiediamo al professor Dan Segre dove tutto questo ci porterà, lui risponde:
“Secondo un’antico detto ebraico, da quando il Tempio fu distrutto le profezie le fanno solo i bambinelli e i pazzi. Io non sono più un bambino e non voglio passare per scemo. Non posso fare profezie. Posso solo farvi notare delle tendenze, che possono realizzarsi o meno.”
E di queste tendenze ne identifica tre:
La prima ha una motivazione geografica: Israele è l’unico paese moderno in Asia; a metà strada, per così dire, fra New York e Pechino.
“Fino a poco tempo fa, quando è stato messo in orbita un satellite, una centrale satellitare a Herzliya riforniva tutte le emittenti TV del mondo di video registrazioni dall’Asia centrale. Adesso, dopo i mutamenti politici in Europa orientale, si è aperta una sorta di nuova Via della Seta per Israele, verso l’India e la Cina.”


Una conseguenza paradossale del boicottaggio arabo è che adesso Tokyo e Città del Messico sono più vicine a Tel Aviv di Damasco e Il Cairo, almeno in termini economici.
Il boicottaggio è costato a Israele miliardi di dollari, ma la ha costretta a diversificare le produzioni e a introdursi in mercati molto competitivi, mentre le economie arabe sono rimaste essenzialmente dominate dal petrolio e dall’agricoltura.
La seconda tendenza è politica:
“Potrebbe arrivare la pace, così come non potrebbe,” dice. “Se viene la pace, il processo non sarà lungo, ma avrà risultati rapidi ed esplosivi. Molte società estere apriranno uffici in Israele, e il paese diverrà rapidamente un centro di affari internazionali.”
Ma Dan Segre vede anche motivi per esseri più cauti, e cita il protagonista del suo ultimo libro:
"L’ambasciatore Amedeo Guillet, il Lawrence d’Arabia italiano, mi disse, più di quarant’anni fa, che gli arabi sono come un corpo senza la testa e gli ebrei sono una testa senza il corpo.
"Il problema è come ricongiungerli. Probabilmente Guillet avrebbe ragione anche oggi. Siamo complementari in molti campi. L’unione delle nostre forze non metterebbe mai uno in una posizione di controllo rispetto all’altro, ma sarebbe piuttosto benefica per tutti e due i popoli.
"Pensi per esempio ai palestinesi. Hanno due insegnanti di scienze per ogni cattedra disponibile, mentre Israele ne è a corto.
"Nel contesto di una vera collaborazione, dobbiamo stare bene attenti a non identificarci con la Repubblica di Venezia, lo stato italiano che per molti secoli era solo interessato al commercio. Il denaro non è l’unica cosa che conti. Israele non dovrebbe operare nel medio-oriente con un atteggiamento europeo. Invece dovrebbe intendere il suo ruolo come parte integrante della regione e come ponte neutrale fra i vari paesi."
Queste due tendenze al momento combaciano, alla luce del fatto che l’apertura di nuovi mercati in Europa orientale e in Asia diminuisce la dipendenza di Israele dall’Europa. In passato, come ci fa notare Segre, la CEE (Comunità Economica Europea) aveva rilasciato dichiarazioni ufficiali molto ostili, minacciando Israele perfino di sanzioni.
È emblematico che la più notoria di queste dichiarazioni fu fatta proprio a Venezia, nel 1980. In essa, l’Europa tentò di imporre la sua (inesistente) forza a Israele, per rabbonire gli arabi.
Riconoscendo il diritto degli arabi palestinesi a una patria, la dichiarazione di Venezia indebolì la posizione del Regno di Giordania, che allora era ancora il rappresentante legale del popolo palestinese; un altro semplice “fatto”, che gli europei scelsero di ignorare, delegittimizzando di fatto la Giordania, un paese che era stato un loro alleato fidato.
Con la dichiarazione di Venezia, secondo Segre, gli europei premiarono il terrorismo dell’O.L.P, (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) quando al tempo stesso l’O.L.P si rifiutava di accettare l’esistenza di Israele.
“L’Europa pare non voglia rinunciare a certi aspetti della sua politica, che ricorda Shylock, (il personaggio del Mercante di Venezia)” dice Segre. “Esige da Israele la libbra di carne, sotto forma di concessioni territoriali, senza prestare nessuna attenzione al danno che potrebbero arrecare al corpo intero, per quanto riguarda le capacità di difesa del paese. Insistere su concessioni territoriali, dopo l’esperienza iugoslava, sarebbe comico se non fosse invece tragico.”
La terza tendenza, secondo Segre, è ancora più difficile da definire. Riguarda la religione, l’etica e la morale, ed è collegata a quello che Dan Segre chiama “il dilemma machiavellico.”
Niccolò Machiavelli sosteneva che un principe cristiano fosse una contraddizione: uno è un cristiano o è un principe. Israele non può risolvere questo dilemma per conto dell’Europa cristiana, ma nonostante ciò Segre vede uno spiraglio.
“Forse Israele potrebbe offrire qualche suggerimento. Uno sarebbe quello di seguire, con un po’ di umiltà, gli sforzi di un paese che si sta cimentando con il problema di come tornare alle sue sacre tradizioni, senza gettare alle ortiche la modernizzazione occidentale di cui gli ebrei sono stati fra i maggiori promotori, negli ultimi 150 anni.
“Questo non è solo un problema israeliano. È una questione vitale che confronta l’Europa, e un problema che condividiamo con gli arabi. Loro, gli arabi, devono affrontare la sfida di come modernizzarsi rapidamente, senza rompere con le loro tradizioni molto forti. In quest’area, forse l’Europa potrebbe aiutare a esplorare nuovi percorsi che potrebbero portare a una comprensione.”
Ci sono tradizioni europee migliori, insiste Segre, di quelle dei Domenicani che bruciavano il Talmud, o di quelle di Napoleone, che voleva civilizzare l’Egitto e proclamò uno stato ebreo, solo per far giungere più facilmente i rifornimenti al suo esercito.
Il messaggio dell’Europa dovrebbe essere il messaggio di Erasmo da Rotterdam:
“Razionalità, compassione, moderazione e autocritica. Tutte cose che in Europa sono diventate molto scarse.”
Intervista concessa a Manfred Gerstenfeld, per il Jerusalem Center for Public Affairs.                  
   

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