Friday, March 16, 2012

Il Potere Aereo





Fred Reed è un giornalista e scrittore americano. Veterano decorato del Viet Nam, reporter di guerra, giornalista esperto di questioni militari e poi cronista del Washington Times. Vive in Messico. I suoi pezzi si possono leggere (in inglese) su: http://www.fredoneverything.net


Il seguente è un articolo sull'impiego dell'aviazione nella guerra al terrorismo, ma più in generale sul fascino che gli aerei militari esercitano sulla gente. Il sottotitolo originale dell'articolo era: "Zooming and Booming for the Sheer Hell of It" che purtroppo nella traduzione perde molto; ma è ovvio che un aereo da caccia che zooma e booma abbia una certa attrattiva che finisce per attrarre anche una bella fetta del bilancio della difesa.
Come dice Reed, naturalmente un aereo da caccia ha ancora un suo ruolo importante nell'arsenale di un'aeronautica militare: bisogna mantenere il controllo del cielo sopra il campo di battaglia, fornire copertura aerea alle flotte navali e impedire i movimenti del nemico. Quindi il mantenimento della superiorità aerea è di importanza vitale e anche i "droni", i velivoli senza pilota, possono operare solo in condizioni di dominio dello spazio aereo. Però, in una guerra come questa, (perché siamo in guerra), in cui è necessario identificare il bersaglio (che in molti casi è un singolo individuo) fra la popolazione di un villaggio o addirittura di un quartiere cittadino, un aereo ad alte prestazioni è completamente inutile. Reed ce lo fa notare col suo linguaggio come al solito irriverente, ma divertente.
La mia vignetta è un po' cruda perché sono un po' (molto) arrugginito. Però ero ansioso di pubblicare la traduzione e cercherò di migliorare un po' il disegno in seguito. Questa è la url dell'articolo originale:
http://www.fredoneverything.net/Air%20Power.shtml
Grazie. Buona lettura.
L. Pavese



 
Il Potere Aereo

Sfrecciando e rombando per puro spasso.

di Fred Reed  (traduzione e rielaborazione di Leonardo Pavese)


Benissimo, oggi vi dirò tutto quello che vi occorre sapere sul Potere Aereo (maiuscolo). Non avrete più bisogno di leggere nient'altro. Queste rivelazioni vi doneranno una brillante capacità di interpretazione dei conflitti attuali. Ecco. Tenetevi forte. La chiave di tutto:
Il Potere Aereo funziona benissimo nelle situazioni per cui è veramente adatto, ma schifosamente nei lavori per cui non è adatto. (Se schifosamente non era una parola, adesso lo è.)
L'affermazione precedente è geniale, e rivoluzionerebbe la dottrina militare se le aeronautiche militari la comprendessero; cosa che non fanno. Come succede di solito fra gli esseri umani, ultime versioni della scimmia, le motivazioni degli aviatori sono emotive e instintuali. La ragione è solo una mano di vernice applicata successivamente. Di responsabilità non se ne parla neanche.
Ora, fa molto chic fra i “riformatori delle dottrine militari” e gli altri Von Clausewitz da bar da aperitivi, affermare che le forze aeree siano impotenti, inutili e non combinino niente. Non è vero. Nel suo genere di conflitto il Potere Aereo funziona splendidamente. Molto spesso si tratta dell'unica arma adatta. Chiunque creda che gli aerei siano inutili gingilli dovrebbe far due chiacchiere, per esempio, con i sopravvissuti giapponesi di Midway, del Mar dei Coralli, o della disperata crociera della Yamato. (O della nave da battaglia italiana Roma, la prima nave da guerra affondata da un missile lanciato da un aereo). 


La fine della Roma
Vedete, gli aeroplani vanno benissimo per far saltar in aria obbiettivi ovvi, dispendiosi e chiaramente identificabili, compresi altri aerei. Una portaerei nel mezzo dell’Oceano Pacifico rende bene l'idea. Non si possono nascondere le portaerei molto bene. Non assomigliano a nient’altro. Nemmeno un pilota dei Marines le confonderebbe con un uliveto, la cattedrale di Chartres o il Deserto del Gobi. Dato un numero sufficiente di passaggi, un aereo può colpire una portaerei: il che riduce il numero dei nemici invece di aumentarlo.
Ma il Potere Aereo non è adatto a combattere guerriglieri e rivoltosi, soprattutto in zone popolose. Perché? Per molte ragioni. Primo, i piloti non hanno la più pallida idea di quello che stanno bombardando. A quattrocento chilometri all'ora sorvolano paesi in cui si assomigliano tutti. Perciò tirano a indovinare; o bombardano quelli che gli sbarbatelli dei servizi d’informazione gli dicono trattarsi di terroristi. (Sono quasi riuscito a scrivere una frase compiuta).
Ora, l'espressione «Servizi d'Informazione» suona meglio di «confusionari burocratizzati che operano nell’ombra», che sarebbe più precisa. I servizi si sono avviluppati in un'atmosfera di infallibilità inesorabile e di solito letale. (Mi chiamo Bond...Fred Bond). Ma si tratta solo di buone pubbliche relazioni. E poco più.
Si tratta delle stesse agenzie che, se ricordate, ignoravano dove fosse la flotta giapponese nel 1941, nonostante le avvisaglie di guerra; che furono colte di sorpresa dall'attacco nord-coreano del 1950, e poi dall'intervento cinese nello stesso conflitto, (la Guerra di Corea 1950-1953); che non hanno saputo prevedere il comportamento dei vietnamiti, in quella famosa guerra, nonostante gli scritti di Bernard Fall e l'esperienza documentata dei francesi.
Quando le forze armate compirono un'incursione ben eseguita, a Hanoi, per liberare i prigionieri americani di Son Tay, i servizi non avevano notato che questi erano stati trasferiti. Rimasero sorpresi quando venne eretto il Muro di Berlino, e quando cadde; e non seppero prevedere il crollo dell'Unione Sovietica, (quando la ragione della loro esistenza era conoscere l'U.R.S.S.).



Per quanto riguarda l'11 settembre, hanno fatto cilecca e, precedentemente, quando l'Aeronautica bombardò l'ambasciata cinese a Belgrado, la ragione fu che le spie non sapevano dove l'ambasciata si trovasse, quel giorno. (Naturale, le ambasciate sono difficili da localizzare. Si muovono su ruote, di notte si nascondono nei vicoli bui e indossano abiti scuri.)
Inoltre non avevano previsto il comportamento né degli iracheni né degli afgani, nonostante gli enormi archivi di testimonianze storiche, ( a meno che non crediate che gli Stati Uniti avessero previsto i disastri che li attendevano e abbiano deciso di invadere comunque.) E così via.
Quelli sono i geni che scelgono i bersagli. Non so se mi spiego.
Si leggono un mucchio di frasi fatte, slogan, riguardo agli «interventi chirurgici» e le «armi di precisione»; ma fate bene attenzione: l'Intelligence afferma che un capo terrorista di potenza immane si trova in una casetta di un sobborgo edificato alla bell’e meglio. Arriva l'Aeronautica e compie un intervento chirurgico con una bomba da 500 libbre che spiana un isolato. Alla faccia della chirurgia. Magari si trattava anche dell'isolato giusto, è anche possibile; però 75 persone ci rimettono la pelle. I parenti maschi dei morti si uniscono all'insurrezione. Evviva il potere aereo. Quelli dell'Aeronautica non si possono permettere di capirlo: altrimenti dovrebbero andarsi a cercare un lavoro onesto.



Perché l’Aeronautica continua a perseguire tattiche contro-producenti, con aerei totalmente inadatti? Perché sono gli unici aerei che ha. Ma perché? Perché quegli arnesi che sfrecciano rombando, veloci, urlanti, ruggenti e sgargianti, con tanti schermi e pulsantini, sono una vera goduria.
Mai, non sottovalutate mai la goduria, come se non fosse una delle motivazioni delle politiche militari. Un bell’aereo da caccia non è altro che il più fico, costoso e sibilante videogioco; è una motocicletta da cross volante con i controfiocchi. Dico sul serio. Voi potreste anche pensare che io stia solo cercando di fare il furbetto sdegnoso. Pensatelo pure. (Va bene, è vero che sto cercando di fare il furbetto sdegnoso; ciò non toglie che quello che sto dicendo sia vero).



Pensate che io abbia passato trent’anni della mia vita a scrivere di argomenti militari solo perché morivo dalla voglia di macellare un po’ di straniti analfabeti del Terzo Mondo, intenti a pascolare le loro capre? No, è stata una vera goduria. Evoluzioni a bassa quota in un F-16 dalla Base Aerea di Shaw; combattimenti simulati aria-aria contro gli A-7 della Guardia Nazionale, in un F-15, sopra Holloman; voli radenti di bombardamento  in un B-52, a 140 metri di altezza sopra i calanchi del Wyoming, la soglia dell’Inferno. Dio, che esperienza strabiliante! Molto meglio che diventare adulto. Il casco e la maschera fica. Virate a 5 g con la faccia che ti si ripiega dietro le orecchie, il mondo che si mette sottosopra e i post-bruciatori che si inseriscono...Hoo-ha!
Non per niente la chiamano joy stick.
Eppure i piloti di jet li pagano pure. Che il tutto abbia o no una qualche funzione pratica non ha nessuna importanza. Non con delle cavalcature del genere. Se pensate che queste cose non abbiano importanza, non avete capito niente.


Boccioni  Carica di Cavalleria  1915

Però i tempi gloriosi stanno per concludersi. Un pilota da caccia ora è nella posizione di un ufficiale di cavalleria nel 1914; innamorato del suo nobile destriero ma, nell’era della mitragliatrice, degli aggrovigliamenti nel filo spinato e dell’artiglieria concentrata, è inutile come un regolo calcolatore nell’era del computer. E la ragione sono gli aerei armati senza pilota, come il Predator. Questi aggeggi possiedono il raggio d’azione, i data-link, l’optronica, eccetera, per trasportare potenti missili, colpire i bersagli sbagliati e far incacchiare intere popolazioni esattamente come fanno i cavalli, ehm, gli aerei da caccia, volevo dire.
Un velivolo senza pilota è molto meno costoso di una di quelle meraviglie pilotate; e lo può guidare anche un esangue mezza sega della CIA che non conta niente, dal Colorado o da un qualunque altro posto. Gli effetti sono altrettanto insensati, ma non ci si diverte. Chiamatelo anti-cavalleresco. Morte per mano di un coglioncello senz’anima.



Nell’arco di un secolo, siamo passati dal Barone Von Richtofen, (il Barone Rosso), a un dinosauro che osserva un sottile strato di ghiaccio che si sta formando sulla sua palude e pensa: “Questo non promette bene.”
Visto? Adesso sapete cos’è il Potere Aereo.
   
  
     
       

 
 

Thursday, March 8, 2012

Ethics without God?


About a month ago on James Altucher's very popular blog, someone asked a question: how do you find ethics without religion? (You can read the question and answer section right here:
I believe Italian author Francesco Agnoli gives a very convincing answer in this page of his book: "Perché non possiamo essere atei" (Why we can't be atheists). The book was published by the Italian publisher Piemme in 2009.
I translated and edited the page, for brevity, previous permission from UCCR, Unione Cristiani Cattolici Razionali. You can find the original article in Italian here:
Translating from Italian to English is difficult. At least for me. I hope what I wrote is easily readable. I welcome your comments. Thank you.


Let’s really think about it. What sense does the moral life of individuals have, if a superior criterion of justice does not exist? Is there a true law, a just law, which is applicable to everybody because it is superior and precedes Man; or every one has the right to believe whatever one wants, to create one’s own moral truth and one’s own ethics?
Are man and women un-conscious beings, whose acts are always “good”, like those of animals, because they are natural and governed by instinct; or are men and women instead conscious beings (what a difference!), capable to choose, masters of their own life, who can be free from the brutal imperiousness of instinct and senses?
If we delved into the issue, we would see that it was just the existence of a moral life to convince great historical figures that the nature of Man is not only animal but also spiritual; and that led them to pose themselves the question of God. I will cite one of these figures, for example: the great Russian novelist Fyodor Dostoyevsky.
Dostoyevsky can be considered the greatest representative of Russian realism; in era in which other writers, such as the “differently-believing atheist” Emile Zola, maintained that Man could become omnipotent, thanks to scientific knowledge; and that he should be examined exactly like a “pebble found on the road”; because in fact he was nothing more than that.
Dostoyevsky ”explores the streets of the city, the most forgotten an deserted alleys, describing the most sordid taverns, the most sinister doorways, the filthiest hovels...the infected crawling belly of Saint Petersburg, the home of vice and human degradation”. Drunks and whores, peasants turned factory workers, forced into a dreadful life and then into becoming violent and nihilist revolutionaries. But there is an enormous distance between the Russian author and the positivism and determinism of Emile Zola, (who gives absolute pre-eminence to the environment and material and social conditions). In Dostoyevsky we find an on-going investigation of the spirituality of the single individual, endowed with free will and faced with the choice between good and evil, (here we have the existential tragedy), faith and atheism. 
Good, evil, guilt, (ignored by the French naturalists) are precisely Dostoyevsky’s basic themes, which make him a novelist endowed with a profound religious sensitivity and, at the same time, a “psychological author”; in fact a precursor to the existentialist writers.
We find ourselves, therefore, at the opposite pole of the positivist culture of that time; and of today’s, as well. While Dostoyevsky describes and probes the abyss of the human condition, positivist doctors, like Emilio Littre, declare that “crime is a form of madness”; criminologists like Cesare Lombroso examine and catalogue “deficient craniums”, assuming therefore to be able to reduce the personality, the freedom, the uniqueness of every individual to his or her physiognomic characteristics; believing, and here too the word is not accidental, that man is defined exhaustively by what can be seen and touched: the size of his skull, the length of his limbs or his malformations and by the disposition and the volume of knobs on his head.
Exactly like the first theoretician of racism would do; or Charles Darwin, for that matter, assuming that the smaller size of a woman’s skull, with respect to that of a man, is a sign of women’s inferiority; or the Nazis, when they would tour the world, up to Tibet, making gypsum imprints of the faces of the natives, to trace back the path to the superior race using measurements and physiognomic criteria. A little bit like we do today, when ever more often we try to make a deviance or even a virtue pass for a genetic trait.
To understand Dostoyevsky’s vision of the world, it is necessary to outline briefly his life. Fyodor frequented subversives groups advocating a revolution in Russia, to overthrow the Czar and edify a new society. In 1849, the police arrested many of them, Dostoyevsky included. He was condemned to death, but later the Czar reduced his sentence to four years deportation in Siberia. His only reading material, during that very long time, would be a New Testament, which a woman had given to him while he was being taken away.
Following this experience, Dostoyevsky’s perspective would change radically. He became a critic of his former convictions; he would show greater respect for the Orthodox Church and the authorities, and also a certain disdain for the Russian intellectuals who read the European authors of the Enlightenment, out of despise for the culture of their motherland.
 In the meanwhile, his marriage had failed. He took to traveling throughout Europe, continuously falling back into his addiction to gambling and sex, and at the same time writing newspapers articles and novels at a continuous pace, to be able to pay his expenses and refund his creditors. (He would often write at night, filled with coffee and tobacco to stay awake.)
His intemperate life would finally end in 1881.

Dostoyevsky


Crime and Punishment”, (1866), Demons, (1871), and The Brothers Karamazov stand out among his great novels.
In the first of these novels, a theme that later will fascinate Nietzsche appears: the search for freedom as an affirmation of the individual, beyond moral and conscience; “beyond good and evil”. The main character, a penniless former student, Raskòl’nikov, killing an old money lender woman with a hatchet, besides doing it for the money, whishes also to find out if he’s a “Napoleon” or a “louse”; if he belongs to the category of the mass, of the “common men”, for whom moral law is sacred, or to the category of the “uncommon men”, destined to greatness, to whom ordinary laws don’t apply. For this reason he says: “I didn’t kill a person. I killed a principle!” The principle being the affirmation of superiority of the moral law and the superiority of a God who imposes those objective laws.
 To Dostoyevsky’s characters who want to affirm their limitless freedom, assert their own divinity and become “Men-Gods”, the concept that to do so they would have to get rid of God appears obvious. But Raskòl’nikov fails: after having committed the crime, he can’t even steal. His nerves fail him. He’s overcome by panic and delirium. He doesn’t even show the presence of mind to hide the incriminating evidence. He becomes aware not to be a second “Napoleon”, and he’s left with a void and a strong sense of baseness.


If in fact all our chances to affirm ourselves are in this world, the ones who don’t achieve prestige, power, honor, like Napoleon, for what have they lived? What goals have they reached?
But Raskòl’nikov is changed by his meeting with Sonja: a sweet, good, intensely Christian girl, who prostitutes herself to rescue her parents from beggary. With time, things would change for Raskòl’nikov. The hope of “future redemption” and a “new understanding of life” would appear within him. But Dostoyevsky only hints at Raskòl’nikov’s rebirth and his personal change: that is another story which the author doesn’t tell.
Dostoyevsky is only interested in one fact: conscience exists, it knocks and it makes itself felt. Good and Truth are not relative to man’s whims and they are objective things. What is right is right because God exists. What is wrong, evil and bad no man will be able to turn into good, because Man is not God!
In Crime and Punishment we find the Christian ideas of sins, redeeming suffering and mercy.
Sin makes Raskòl’nikov life impossible; it isolates him; it estranges him from the rest of human kind. Suffering, the cross carried with awareness and resignation, is the way to redemption. Mercy is Sonja’s unconditional love towards him which drives him to change.
But Dostoyevsky’s greatest novel is “The Brothers Karamazov”. This work of literature also has, like other books of Dostoyevsky, the appeal of a great very suspenseful crime story.
The novel originated from Dostoyevsky’s reflections upon a real life parricide of which Dostoyevsky had met the culprit in Siberia.
The main issue that will be raised in every part of the book - Dostoyevsky writes - is the same for which I’ve suffered, consciously or unconsciously, my entire life: the existence of God.”
Two figures tower above everybody else in the novel: Alyosha Karamazov, with his Christian vision of how the world should be, (maybe the model of the person Dostoyevsky would have liked to be?), and the opposite: his brother Ivan, with his tormented search for freedom by means of a nihilist revolution; his being infected with “western sickness”, which to Dostoyevsky meant atheism; and his inability to accept religious concepts like suffering, humiliation and the cross.
  Ivan with his talk and his philosophy is the true instigator of the murder of his father, although he is not the one who would materially carry out the killing.
Here too we are dealing with a “philosophical murder”; because with his arguments Ivan has convinced the future murderer, his stepbrother Smerdyakov, that everything is permissible, because God does not exist.
The devil himself reiterates this to Ivan: “Conscience? What is it? I have invented it myself! Why is it torturing me? It’s a habit. It’s the seven thousand years old universal habit of human kind. Let’s get rid of it, and we’ll be gods!”
In the end, Ivan, feeling guilty for his father’s death and for the unjust conviction of the other brother, the violent and impulsive Dimitri, goes insane. Smerdyakov, the material killer, commits suicide; and Dimitri, who had hated his father so much, to the point of wishing to destroy him in his heart, is convicted of the murder even if he’s innocent.
Crime, conscience, freedom, acceptance of punishment, and recognizing the existence of an objective divine moral law: this is in synthesis Dostoyevsky’s anthropology.



A few years later, Russia would be devastated by the Communist Revolution, and by Lenin’s and Stalin’s waves of persecutions.
The former, the inventor of the gulag, would say: “For us, the old system of human empathy and morality no longer exists, and it could not exist...Our morality is new...Everything is permitted to us...Blood? So be it.

The Man of  Steel.

Stalin, who had been foreseen prophetically, together with his followers, by Dostoyevsky, in Demons, would state: “Ivan the Terrible was extremely cruel; but we need to show why he had to be so. One of Ivan the Terrible’s mistakes was that he did not exterminate, down to the last, the five great feudal families...He killed somebody, then he would pray for a long time and repent. God was an obstacle for him, in his work. We need to show even more resolve.
Therefore God, meaning a superior moral law that precedes Man, was not an obstacle or a hindrance for this “Man of Steel”, the one responsible for the extermination of the Kulaki, the jailer of the Gulags and the inventor of the great purges! Stalin was a man emancipated from God: a Raskòl’nikov, an Ivan: coherent till the end and unrepentant.
Stalin didn’t fear God’s justice, and he didn’t think he had to invoke His mercy, because he had decided not to recognize anybody above himself.                                  

                

Monday, March 5, 2012

Teocrazia Democratica

Questa è la traduzione di un articolo di David Harsanyi, apparso sulla rivista Reason, reason.com il 15 febbraio 2012.
http://reason.com/archives/2012/02/15/commerce-is-the-culture-war

L'articolo pone l'attenzione sul fatto che la battaglia in corso a Washington, in questi giorni, è apparentemente un scontro sulla regolamentazione delle compagnie di assicurazione che offrono polizze di assistenza sanitaria, ma è in realtà un vero e proprio conflitto culturale fra due concezioni radicalmente diverse della libertà individuale. Buona lettura.







Il conflitto culturale è nel commercio.


Quando lo stato impone alla gente cosa comprare e vendere, gli impone in realtà molto di più.
Di David Harsanyi.     (Traduzione e rielaborazione di L. Pavese)



È sempre molto curioso osservare i difensori della cosiddetta “libertà di scelta” cercare di decidere quale scelta difendere e quale scartare, nell’interesse del “bene comune”.
Se voi siete convinti che la scelta del governo Obama di obbligare gli istituti Cattolici a pagare e a offrire, (direttamente o indirettamente), prodotti che la Chiesa giudica moralmente inaccettabili non sia altro che un attacco alla libertà di culto e di espressione, probabilmente già vi rendete conto di quanto sia importante la libertà di scelta del consumatore; (consumatore è una parola tremenda; sarebbe meglio dire del cittadino). Dopo tutto, quando il governo impone alla gente cosa comprare e vendere gli impone in realtà molto di più.
Prima di tutto esaminiamo il retroscena: Obama, (il Presidente degli Stati Uniti), sostiene che lo stato non solo abbia il potere di costringere ogni adulto ad acquistare un prodotto sul mercato, (in questo caso l’assicurazione sanitaria), ma avrebbe anche l’autorità di obbligare i fornitori a vendere certi determinati prodotti, (in questo caso i contraccettivi). Cioè Washington, (nel senso del governo federale), avrebbe il diritto di coercizione, cioè di obbligare entrambi, fornitore e consumatore, a compiere una certa azione se il governo la considerasse di beneficio alla società.
E non c’è bisogno di dirlo, quando i Democratici pensano che una cosa sia buona per la società intera, dimostrano una fortissima tendenza a trattare la cosa come se fosse un “diritto”.
Così come stanno le cose, avete “il diritto” a un preservativo gratis e se vi dimenticaste, o se trascuraste di avvalervi di tale diritto, godreste anche del diritto a un aborto, parzialmente coperto dai dollari del contribuente. (Se però una coppia decidesse di tenere il bambino, non ha il diritto di usare i dollari di detto contribuente per acquistare i servizi scolastici da una scuola al di fuori della zona dove abita; o, a quanto pare, di cercarsi una polizza sanitaria conforme a ciò che la coppia considera importante).
Come molti di voi sanno, vi sono “diritti negativi”, quali, per esempio, il mio diritto di essere protetto da eventuali danni se acquisto un certo prodotto; e ci sono i “diritti positivi”: quali il diritto di avere un contraccettivo messo a mia disposizione. Secondo l’opinione di molti “Liberals”, i preservativi, la sanità, i cibi “salutari”, l’alloggio, per esempio, dovrebbero, se ci fosse un po’ di decenza in questo paese per Giove, diventare “diritti positivi”.
Perciò chiunque non provveda a fornire queste cose alla gente non sta facendo altro che negargliele. Quindi il ragionamento fila così: negando la contraccezione, la Chiesa Cattolica in realtà sta ostacolando l’accesso alla sanità.
Che bel trucchetto.




Se ci fosse bisogno di un esempio di come la limitazione delle scelte dei consumatori non faccia altro che creare problemi sociali, economici e di qualità del servizio, non dovremmo far altro che volgere l’attenzione verso quell’assoluta catastrofe, analogamente ispirata all’idea di diritti a taglia unica e conosciuta col nome di “istruzione pubblica”.
Ebbene sì, ci sono dei filistei come me che sono convinti che assoggettare anche le scuole alle forze del mercato incoraggerebbe l’innovazione e migliorerebbe il prodotto. Certamente non c’è dubbio che, se estricassimo le scuole dai monopoli di stato, e trasformassimo i genitori in acquirenti di un servizio, tutte le varie beghe riguardo a Dio, alla storia, alla politica, al darwinismo o al qualsiasicosismo, che in questo momento vi stessero arruffando il pelo, verrebbero confinate allo spazio riservato ai commenti di un sito web, invece che essere discusse in un’aula scolastica.
Non fraintendetemi però. La sinistra è convinta che i genitori dovrebbero essere liberi di insegnare ai loro figli quello che vogliono, ma non nelle scuole che, si dà il caso, i genitori finanziano.
Senza dubbio la sanità è destinata alla stessa sorte. L’intenzione dei Democratici è di creare un sistema a copertura uniforme. Per cui a noi rimarranno solo un certo numero di compagnie d’assicurazione intercambiabili, molto regolamentate, che ci offriranno polizze virtualmente identiche; senza nessun incentivo per l’innovazione; e assolutamente senza nessuna ragione di adattare i loro prodotti e venire incontro alle necessità dei numerosi e variegati gruppi, religiosi o no, del nostro paese.
Le compagnie di assicurazione non avranno acquirenti da soddisfare e solo un’unica gerarchia di valori di cui preoccuparsi. Quella imposta dallo stato. Se non ti piace la tua polizza, compratene un’altra. Identica. Se non ti puoi permettere di lasciare il piano assicurativo che ti fornisce il datore di lavoro, basta accodarsi a uno di quei caravanserragli creati dallo stato.
Se hai un problema di carattere religioso, reclama.
Se non ti piace la risposta , be’, hei, affari tuoi. Tanto dove vai?
È come una teocrazia. Senza Dio.