Monday, February 20, 2012

Ma che stiamo facendo?

Andrea B. Nardi

Oggi pubblico un articolo di Andrea B. Nardi, scrittore e giornalista italiano.
Nardi è nato in Libia nel 1963, è cresciuto in diversi paesi, ha studiato Filosofia e Giurisprudenza in Italia e ora risiede nel Principato di Monaco con la moglie. I suoi interessi spaziano dalla politica internazionale, all'arte, alla vela e all'equitazione.
Collabora con diverse testate giornalistiche, fra i quali Il Sole 24 Ore e L'Occidentale, loccidentale.it , in Italia e nel Principato. Ha pubblicato diversi libri (l'elenco dei quali troverete sul suo sito personale), fra i quali il romanzo storico "Ecce Deus", pubblicato dalla Robin Edizioni. Ha curato vari cataloghi d'arte, ha scritto un romanzo per ragazzi intitolato "Genova Cowboy", che ha vinto il Premio Nazionale Piemme Battello A Vapore; e ha scritto anche la sceneggiatura di un libro a fumetti: "Quattro giorni per non morire", tratto dal romanzo di Marino Magliani, illustrato da Marco D'Aponte e pubblicato dalla Transeuropa Edizioni.
Ho accettato con piacere di pubblicare il suo articolo. Gli ho chiesto di poterlo pubblicare sotto forma di uno scambio di lettere fra noi due, perché non mi sento di condividere completamente le sue preoccupazioni e vorrei rispondere a quello che dice nel suo articolo; e lui ha gentilmente accettato.
Buona lettura. I vostri commenti saranno, come sempre, molto graditi.
Leonardo Pavese







Ma che stiamo facendo?
di Andrea B. Nardi



Non siamo economisti, ammesso che questa parola abbia un senso – è stato detto che l’economia dipende dagli economisti quanto il tempo dai meteorologi –, appunto perciò, dal basso della nostra insipienza, ci è dato osare una domanda: ma è possibile che la nostra società non sia destinata a qualcosa di meglio dell’infernale catena produci-vendi-acquista-consuma-spreca / produci-vendi-acquista-consuma-spreca/… e così via all’infinito? Davvero la civiltà di Kant e di Shakespeare, di Picasso e Einstein, dello Shuttle e delle staminali, non è riuscita a escogitare un sistema di vita meno assurdo e rovinoso di questo? Eppure è esattamente così.

In pratica, affinché non crolli immediatamente tutto l’intero sistema planetario con crisi apocalittiche, dobbiamo produrre, comperare, consumare e sprecare a ritmo continuo e frenetico beni inutili e deperibili, in modo che si possa continuare a produrli e venderli, altrimenti, se non li sprecassimo, non potremmo produrne di nuovi e saremmo senza lavoro. Il lavoro delle persone contemporanee, infatti, consiste unicamente nel produrre beni e servizi destinati a durare pochissimo, acquistandoseli a vicenda, per poi subito disfarsene e comperarne altri. Se interrompessimo questo ciclo irrazionale, se un’auto ci durasse una generazione, un televisore vent’anni, un cellulare dieci anni, se nell’armadio avessimo solo i robusti vestiti necessari all’uso e non centinaia di capi scadenti e costosissimi architettati da sedicenti stilisti della volgarità, insomma, se le nostre cose si conservassero nel tempo e non ne comprassimo altre fino alla loro consunzione, ecco che la nostra civiltà crollerebbe all’istante, le fabbriche chiuderebbero, le borse salterebbero, milioni i disoccupati, nessuno sprecherebbe più niente ma di conseguenza nessuno nemmeno venderebbe più niente, quindi noi produttori/consumatori di beni saremmo tutti senza lavoro e moriremmo di fame. Tant’è che nei periodi di crisi, quando le popolazioni si trovano indebitate e in depressione economica, quali soluzioni vengono propugnate dai governi? Spingere le gente a non smettere di comperare ma, anzi, consumare ancora di più.





Thiebaud




Si è giunti al paradosso di considerare riprovevole chi tentasse un’esistenza semplicemente più morigerata, più austera, in cui si risparmino e si economizzino le risorse, stigmatizzando tale comportamento come asociale ed economicamente immorale. Chi come me utilizza quotidianamente un cellulare Nokia modello base e una Lancia Kappa diesel entrambi fuori produzione dagli anni Novanta, adducendo il mero motivo della loro tuttora perfetta funzionalità, merita di certo il biasimo delle maestranze di Nokia e Fiat dal momento che così ne danneggio la posizione lavorativa: se tutti agissero come me, ne convengo, sarebbe catastrofico.
Bella follia di società abbiamo, quindi, inventato. Se gli alieni osservassero che cosa abbiamo costruito sul pianeta Terra, probabilmente non riuscirebbe a credere alla nostra stupidità. D’altra parte, come dice il mio amico Giacomo Giulietti, la prova più evidente della presenza di vita intelligente nell’Universo è che questa non abbia mai tentato di mettersi in contatto con noi.
Ora, la Storia non si è mai arrestata, noi non siamo certo fautori di una soluzione comunitaria stile Amish (la comunità americana dell’Ohio che rifiuta modernità e tecnologia, vivendo secondo canoni ottocenteschi), né auspichiamo il vagheggiamento di una società bucolica idilliaca. Il problema, però, è un altro. Quando si affacceranno miliardi di persone dalla Cina e dall’Indonesia, per esempio, e vorranno anche loro imitare la nostra civiltà, e ogni loro famiglia avrà 2 auto, 4 cellulari, 5 televisori, 3 computer, ecc. e l’intero pianeta sarà martoriato da cicli spasmodici di produzione e consumo, succhiando energia (altroché nucleare) come una gigantesca idrovora, allora dove si finirà? Non siamo economisti, come detto, e quindi non abbiamo la risposta, ma ci permettiamo, almeno, di averne terrore.












Di sicuro tutto ciò sarebbe sostenibile se perlomeno il rapporto tra risorse e popolazione mondiale fosse esageratamente sbilanciato a favore delle prime, compreso, non ultimo, lo spazio fisico vitale. Invece, come sappiamo, è l’esatto contrario: nel 2008 eravamo 6,8 miliardi, oggi siamo 7 miliardi, nel 2050 saremo oltre 9 miliardi.
E il bello (il tragico) è che il medesimo ciclo consumistico è stato adottato anche nell’allevamento dei figli: sono generati (produzione), sono gettati sul mercato del lavoro (vendita), sono abbandonati a sé stessi (consumo), sono sostituiti con altri figli (spreco). L’intero Terzo Mondo ne sta producendo un quantitativo spaventoso, mentre in Occidente, invece di creare una cultura del contenimento filiale imitabile anche altrove, ci vogliono convincere a competere nella corsa all’ingravidamento. Così al sabato pomeriggio negli stipati outlet paradisi del consumismo cretinoide, vediamo bambini schiamazzanti maleducati e ignoranti lasciati in balia di sé stessi da genitori con gli occhi cerchiati da una settimana di produzione massacrante, ora troppo impegnati a concludere i propri cicli di consumo per avere tempo e capacità d’occuparsi anche dell’educazione della propria dannata produzione filiale. Carne da macello, strumenti da vetero-consumismo industriale, triturati tutti quanti dal sistema vitale, economico e culturale del produci-vendi-acquista-consuma-spreca, senza alcuna alternativa esistenziale.

Ma che cosa stiamo facendo? Nessuno si perita di darci una risposta soddisfacente, lungimirante e soprattutto umana.
A questo punto, noi che non siamo economisti e non abbiamo soluzioni, conserviamo un unico obiettivo: andare a vivere in una remota campagna, distante dalla prima città che capita, e qui aspettare di morire, in silenzio, da soli, impotenti, noi che non riusciamo a capire niente, non siamo capaci a produrre niente, e non abbiamo niente da vendere.






Annigoni







Hello Andrea,

Grazie del pezzo, soprattutto perché il tuo nome eleva di sicuro il livello del mio blog, se non altro perché gode di una riconoscibilità che il mio non ha. Devo dire però che il tuo articolo mi sembra di un pessimismo che non mi sento di condividere. Mi piacerebbe pubblicarlo, se non ti dispiace, sotto forma di carteggio fra me e te, con quello che ho scritto di seguito:

Io non credo che il mondo stia andando in rovina. Se quello che ti preoccupa è la "sovrapopolazione", guarda una carta geografica che rappresenta la densità di insediamento umano sul pianeta, e ti accorgerai che il mondo, dal punto di vista della densità abitativa, è praticamente deserto. Immagina che un corpo umano occupi un metro cubo di volume, (in realtà non ne occupa nemmeno un terzo, ma tanto per fare cifra tonda); se al mondo ci fossero otto miliardi di persone, (sempre per facilitare i calcoli e approssimare per eccesso), l'intera popolazione umana sarebbe contenuta in un cubo di due chilometri di lato, in pratica il volume di un isolato di una città.
(Questo non è per dire che dovremmo tutti vivere in un cubo di due chilometri di lato; o per suggerire che basti a ognuno solo un metro cubo di spazio vitale. È semplicemente per aiutare a visualizzare il fatto che l’umanità, su scala planetaria, sia un’entità minore). Ci sono zone di altissima densità, è vero, in Asia principalmente, e in Europa occidentale; ma per il resto la terra ferma non è molto popolata. Quando volo e vedo una città dall'alto, o la geometria di un terreno agricolo, invece di sentirmi lontano mi sento più vicino alla gente, perché dall'alto si vede meglio il lavoro dell'umanità che cerca di ritagliarsi il suo spazio sul pianeta, che per adesso sostiene la vita, ma probabilmente ci digerirà senza che di noi resti traccia alcuna.




Thiebaud


Il declino dell'Occidente non sta nel “consumismo”. Il design della moda, degli oggetti, delle auto, che io adoro, le foto pubblicitarie, sono arte, come tu ben sai, perché sei anche tu un creativo e non è vero che non sai produrre niente. L’arte è un’espressione della natura e dell’invidualità umana, (Joy Setton, secondo me, lo illustra bene nel suo articolo che ho tradotto su questo blog). L’alternativa al “consumismo” è un’economia centralizzata, in cui una minoranza, (che si ritiene più saggia di noi), ci dice cosa produrre, quanto produrne, come, per chi, che aspetto dovrebbe avere e chi dovrebbe produrla, (le maestranze sindacalizzate del loro paese, ovviamente, che l’hanno eletta). Cioè l’antitesi del libero mercato; che non vuol dire solo commercio, vuol dire libera interazione, fra liberi individui. 
Il declino dell’Occidente sta nel tasso di natalità all' 1,4 bambini per donna, (in Italia), che non sono neanche lontanamente sufficienti a mantenere la popolazione costante. Non c'è crescita della ricchezza senza crescita demografica. Sono direttamente correlate. Non a caso, i paesi che crescono di più sono i paesi a natalità positiva, compresi gli Stati Uniti d'America. Ma la ricchezza non è solo spreco: ricchezza significa soprattutto acqua potabile, migliori condizioni igieniche, diminuzione della mortalità infantile, istruzione, emancipazione della donna: e nell'Occidente, il capitalismo, con tutte le sue incongruenze, ha creato più ricchezza dalla fine della seconda guerra mondiale di quanta ne sia stata creata nei duemila anni precedenti.










Nel tuo articolo citi lo Space Shuttle, la navetta spaziale. Se guardi una foto del veicolo, quel componente color rosso è un serbatoio di combustibile liquido, che contiene miglia di tonnellate di propellente per i motori della navetta; i due cilindri montati sui due lati del serbatoio sono due razzi a propellente solido. Il tutto per mettere in orbita poche tonnellate di carico utile. Qualcuno direbbe: che spreco assurdo! E tutti quei gas di scarico! No, non è uno spreco: è il risultato di una valutazione dei costi e dei benefici; e lo stesso si può dire della grande quantità di energia necessaria a produrre un raggio laser di luce coerente del diametro di 5 millimetri, o del fatto che il 75% del calore di un motore a scoppio viene dissipato nell'aria senza produrre niente. In altre parole: consumiamo tanta energia per crearne di più sofisticata; ma il gioco vale la candela perché ne beneficiano gli esseri umani. E l'umanità è buona. Siamo noi. Nella tradizione Cristiana, che è uno dei fondamenti della nostra civiltà occidentale, Dio si è fatto uomo, così facendo dando dignità alla specie e a ogni singolo individuo, (è la base del concetto dei diritti umani).
Ogni vita umana è preziosa. (Ronald Reagan, quando parlava degli accesi sostenitori del controllo delle nascite diceva: costoro provengono da ogni parte del panorama politico, ma hanno tutti curiosamente in comune il fatto di essere già nati). Il pianeta, che è diventato il nuovo idolo della religione pagana di quelli che, soprattutto in Occidente, rigettano il Cristianesimo, ha valore solo nel senso che noi interagiamo con esso. Persino la Luna, vista da quaggiù, ha più valore di quando ci vai: perché da quaggiù gli uomini guardandola possono comporre un poema o una canzone, ma quando ci atterri ti accorgi che è solo una roccia sterile.
In questi secoli, in cui l'uomo ha interagito col mondo, la disponibilità di energia è cresciuta più dei consumi. Cioè mentre gli esseri umani consumavano, la quantità di energia disponibile è cresciuta a una velocità maggiore; perché, come si dice qui: energy begets energy; cioè l'energia ne crea dell'altra. L'età della pietra non è finita perché sono finite le pietre, (per usare un'altra espressione americana); è finita perché abbiamo scoperto un modo migliore di fare le cose. Il futuro promette bene, secondo me.
Grazie infinite per il tuo contributo al blog.
L.

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